Panorama, 2 febbraio 2017
Il fisco italiano sta per mettere le mani su Facebook
Ora tocca a Facebook. All’Agenzia delle entrate e alla Procura di Milano le bocche sono cucite, ma una serie di indizi fanno pensare che dopo Apple e Google, sarà il social network più famoso del mondo a finire nella morsa del fisco italiano. Finora la società guidata da Mark Zuckerberg ha continuato a pagare al nostro erario cifre molto modeste grazie a un’organizzazione aziendale che trasferisce il grosso dei ricavi in Irlanda. Ma la festa sta per finire. Merito alle indagini di Guardia di finanza, Agenzia delle entrate e Procura milanese che, caso pressoché unico in Europa, sono già riuscite a farsi versare 318 milioni di imposte dalla Apple per il quinquennio 2009-2014 e stanno ottenendo lo stesso risultato con Google (si parla di 270-280 milioni, la trattativa è in corso).
Tutto ciò nonostante un governo, quello di Matteo Renzi, abbia bloccato nel febbraio 2014 una legge che avrebbe consentito all’Italia di incassare queste tasse senza bisogno di tante indagini: un provvedimento soprannominato «web tax» e promosso dal presidente della commissione Bilancio della Camera, il pd Francesco Boccia. Per colpa dell’opposizione di Renzi e del leader del Movimento 5 stelle Beppe Grillo (che ama tanto internet visto che con la Casaleggio Associati prospera anche grazie ai clic a pagamento sulla rete), «abbiamo perso tre anni», lamenta il deputato. Una situazione paradossale: mentre il governo frena e blocca ogni tentativo di far pagare le tasse ai colossi del web, l’Agenzia delle entrate (quindi il governo stesso) dà loro la caccia e si vanta, giustamente, dei risultati.
Con appena 15.700 dipendenti, Facebook è un gigante da oltre 20 miliardi di dollari di fatturato, che cresce ogni anno del 40 per cento. Conta 1,2 miliardi di utenti nel mondo e, nel 2015, ha realizzato un utile netto di quasi 4 miliardi. Il 95 per cento dei suoi ricavi arriva dalla pubblicità: sono oltre 200 mila le aziende nel mondo che acquistano spazi sul social network. Insieme a Google (74 miliardi di dollari di fatturato nel 2015), Facebook domina il mercato mondiale dell’advertising online: le due società vanterebbero una quota che sfiora il 60 per cento.
Il problema è che mentre esplodeva la pubblicità su internet, l’editoria su carta è entrata in crisi. «Se si prendono le ultime statistiche disponibili sulla composizione dei ricavi nel settore delle comunicazioni in Italia» afferma Roberto Sommella, autore del saggio Sboom, sappiamo ancora sostenere il cambiamento?, «si scopre che il comparto nel 2015 ha raccolto complessivamente 14,2 miliardi di euro di risorse, così composte: tv in chiaro 4,5 miliardi, tv a pagamento 3,3 miliardi, radio 647 milioni, quotidiani 2 miliardi, periodici 1,9 miliardi, web 1,7 miliardi di euro. Ma di questi settori gli unici che rispetto all’anno precedente mostrano incrementi sono la radio (+ 9,5 per cento) e appunto la rete (+ 5,2). Facebook è ormai il più grande giornale del mondo».
Google e Facebook sono diventati di fatto editori sfruttando però contenuti prodotti da altri, senza produrne alcuno e sottraendo risorse a un settore, quello dell’informazione, fondamentale per una democrazia. Come ha ricordato Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset, «Google e Facebook fanno 200 persone occupate, su un settore che in Italia ne ha circa 22mila. E devono assumersi responsabilità sui contenuti».
Grazie alla mancanza di regole che tengano conto della nuova realtà creata dai colossi del web, nel 2014 le sedi italiane di Google, Facebook e Twitter, hanno corrisposto al fisco, come risulta dagli ultimi loro bilanci consultabili, rispettivamente 1,8 milioni, 305 mila euro e 49 mila euro. «Che un artigiano, un piccolo imprenditore o una semplice libreria debbano pagare
le tasse avendo margini risicatissimi mentre Amazon, Apple e altre multinazionali della Rete non debbano farlo nonostante i grandi profitti è incomprensibile e non più politicamente giustificabile» sottolinea Boccia. «È la conferma che una parte della politica, non solo in Italia ma anche in Europa, risulta incapace di interpretare la modernità e ha un evidente rapporto di sudditanza culturale con i cosiddetti Over the Top».
Il meccanismo grazie al quale Facebook e Google pagano poche tasse in Italia è abbastanza semplice: chi compra spazi pubblicitari firma il contratto con una società che ha sede in Irlanda, vero paradiso fiscale per le multinazionali dove le tasse non superano il 12 per cento dell’imponibile. La sede italiana di Facebook si limiterebbe a svolgere un ruolo di «consulenza» per la società irlandese incassando un’inezia dei ricavi generati nel nostro Paese. E pagando di conseguenza briciole di tasse. Il giochetto però non ha convinto le autorità italiane. Nel 2012 il Nucleo di polizia tributaria delle Fiamme gialle di Milano ha condotto una serie di accertamenti presso gli uffici milanesi dell’azienda fondata da Mark Zuckerberg. Dopo queste verifiche è calato il silenzio sull’indagine. Probabilmente il copione è simile a quello che ha riguardato Google, i cui ricavi pubblicitari secondo l’Autorità per le comunicazioni dovrebbero attestarsi a 510 milioni (altre stime fissano l’asticella molto più in alto, fino a 2 miliardi).
Al quarto piano del palazzo di giustizia di Milano, a pochi passi dall’ufficio del procuratore capo Francesco Greco, lavora Isidoro Palma. È lui il magistrato che ha condotto le indagini su Google. «Noi sosteniamo che i grandi investitori pubblicitari negoziano il contratto con Google Italia. E quindi la transazione va tassata in Italia, non è significativo che la fattura arrivi dall’Irlanda». Anche nel caso di Google le indagini sono partire da una verifica delle Fiamme gialle negli uffici milanesi, seguita da accertamenti in Irlanda. I magistrati hanno visionato le mail tra i dirigenti di Google, hanno interrogato i clienti italiani, esaminato i contratti pubblicitari pagati a Google Ireland, la holding con base a Dublino. Indagini difficili perché, come ammette Isidoro Palma, la collaborazione dell’Irlanda «è stata pari a zero» ed è estremamente complesso determinare la struttura dei costi di queste aziende.
Alla fine però il re dei motori di ricerca ha accettato di avviare una trattativa che non solo porterà nelle casse dello Stato Italiano una grossa cifra per sanare il passato (si parla di 270-280 milioni di euro), ma che soprattutto regolarizza le situazione per il futuro. Il successo delle autorità italiane ha scatenato tra l’altre le invidie di altri Paesi. In particolare nel Regno Unito, dove il Times in un articolo uscito l’11 gennaio scorso faceva notare che il fisco inglese aveva raggiunto un anno fa un accordo con Google per incassare poco più della metà di quello portato a casa dalla nostra Agenzia delle entrate. «Alla base dei buoni risultati ottenuti in Italia» sottolinea Adriano Scudieri, il magistrato di Milano che ha condotto l’inchiesta su Apple, «c’è sicuramente la sinergia tra Agenzia delle entrate e Procura ma anche il fatto che da noi la magistratura è indipendente dal potere politico».
Lo schema di Google dovrebbe ripetersi per Facebook. La società non fornisce dati sulle attività in Italia: l’unica informazione riguarda il numero di utenti mensili attivi (29 milioni) e gli utenti giornalieri attivi (24 milioni). Dalle visure alla Camera di commercio relative al 2015 risulta che Facebook Italia avrebbe realizzato un giro d’affari di appena 7,5 milioni, pagando 305 mila euro di imposte. Secondo una stima di Panorama, i ricavi di Facebook nel nostro Paese dovrebbero aggirarsi invece intorno ai 400 milioni di euro, con appena una trentina di dipendenti: un’azienda italiana di pari dimensioni versa circa 124 milioni di imposte. Vedremo che cosa riuscirà a ottenere l’Agenzia delle entrate.
Certo è che anche a Menlo Park, in California, i top manager di Facebook sanno che in futuro dovranno pagare più tasse negli Stati dove operano. A pagina 24 del suo bilancio, la corporation scrive infatti che «molti Paesi in Europa, così come un certo numero di altri Paesi e organizzazioni, hanno recentemente proposto o raccomandato modifiche alle leggi fiscali esistenti o hanno emanato nuove leggi che potrebbero aumentare in modo significativo i nostri obblighi fiscali e ci impongono di cambiare il modo in cui operiamo il nostro business». Nel Regno Unito, per esempio, i clienti del social network ora pagano direttamente le filiale inglese e non più quella irlandese. E quindi le tasse finiscono nelle casse di Sua Maestà.
Mentre anche i 31 Paesi dell’Ocse hanno raggiunto un accordo che dovrebbe rendere più complicato evitare di pagare le tasse nel luogo dove si generano profitti, in Italia il governo ha perso tempo. L’infatuazione di Renzi verso il magico mondo di internet, che lo spinse a ingaggiare come consulente il top manager di Amazon Diego Piacentini, o a stringere la strombazzata intesa con Apple per farle aprire una Academy di Napoli, lo convinse anche a bloccare la «web tax» di Boccia: «Ci fu uno scontro molto duro tra me e il premier» racconta il deputato «che definì l’iniziativa una “sorta di nuvola di Fantozzi” che provava a “fermare il vento con le mani”». Il provvedimento, approvato all’unanimità dalla commissione Bilancio nel dicembre del 2013, mentre era in carica il governo Enrico Letta, imponeva l’apertura di una partita Iva in Italia alle società di internet che vendono beni e servizi nel nostro Paese. Un progetto che, alla luce dei risultati dell’Agenzia delle entrate, non sembra mica tanto fantozziano.
Ma Renzi fece saltare il provvedimento. Anche se poi promise che si sarebbe occupato del problema, come ribadì nel settembre 2015: «Dopo aver aspettato per due anni una legge europea, dal 1° gennaio 2017 immaginiamo una digital tax per far pagare tasse nei luoghi in cui sono fatte transazioni e accordi». Ha spiegato Renzi: «I grandi player dell’economia digitale mondiale che per me sono dei miti, come Apple e Google, hanno un sistema per cui non versano tasse nei luoghi dove fanno business: allora noi, siccome stiamo aspettando da due anni una legge europea abbiamo deciso di attendere tutto il primo semestre del 2016, ma da questa legge di Stabilità già immaginiamo una digital tax». Pensate che in qualche legge di Stabilità sia entrata davvero una web o digitai tax? Naturalmente no.