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 2017  febbraio 02 Giovedì calendario

Il rischio adesso è una Brexit all’irlandese

Ben più che la minaccia di un nuovo referendum per l’indipendenza della Scozia, è il possibile ritorno dei «troubles» che hanno insanguinato per circa un trentennio l’Irlanda del Nord (facendo oltre 3.000 morti) che dovrebbe preoccupare il premier britannico Theresa May. La tensione settaria nell’Ulster non è mai stata completamente sradicata. Ma da quel Venerdì Santo del 1998 in cui venne siglata la storica pace tra l’Ira e il governo di Sua Maestà la violenza era quasi scomparsa. Il timore è che possa riaccendersi proprio a causa dell’esito del referendum sulla Brexit. La cornice europea aveva infatti giocato un ruolo cruciale per il raggiungimento della pace.
Per gli indipendentisti, l’Unione europea aveva rappresentato la garanzia che Londra non avrebbe potuto rimangiarsi le promesse fatte per arrivare alla pace. Il fatto che tanto la Gran Bretagna quanto l’Irlanda fossero entrambi Stati membri della Ue aveva consentito il riavvicinamento tra Londra e Dublino, ma anche enfatizzato l’anacronismo di un confine sigillato e militarizzato tra i due Paesi. Anche psicologicamente, la divisione dell’Irlanda veniva a essere superata e quasi sublimata nella comune appartenenza europea.
Ora non sarà più così. Non bastasse, tutto questo si verifica mentre a Belfast va in scena la crisi del governo regionale, che porterà a imminenti nuove elezioni. Il 9 gennaio si è dimesso Martin McGuinness, il vice-premier dello Sinn Fein (espressione dell’ala politica dell’Ira), membro di un governo di coalizione che rappresentava la formula politica obbligatoria per il mantenimento della pace tra cattolici e protestanti. Gerry Adams, storico leader del partito, ha parlato apertamente di un referendum per l’unificazione, la cui sola evocazione appare in grado di ridare fiato alle cornamuse delle milizie orangiste e di infiammare gli animi dei repubblicani. Anche ammesso che Londra ne autorizzasse lo svolgimento, il suo esito sarebbe tutt’altro che scontato, considerato che la maggioranza della popolazione dell’Ulster è composta da protestanti di origine scozzese, tradizionalmente unionisti.
Ma se anche la Scozia dovesse tornare al voto (e questa volta a favore dell’indipendenza), un’inedita maggioranza «celtica», trasversale rispetto alle divisioni religiose, potrebbe vedere la luce. Sullo sfondo, ma neppure troppo, c’è il timore del possibile esaurimento del «rinascimento nordirlandese», del quale oltre alla pace sono responsabili i molti miliardi di sterline arrivati negli anni dai fondi europei: 2,5 solo nell’ultima assegnazione, mentre altri due erano attesi entro il 2020. Non a caso, il 56 per cento degli irlandesi aveva votato a favore del «Remain».
Anche il turismo risentirebbe del ritorno della tensione. In questi anni ha conosciuto un notevole sviluppo (723 milioni di sterline solo nel 2016), insieme all’industria dello spettacolo: tra gli altri la serie televisiva The Fall (ambientata a Belfast) e le riprese di Game of Thrones (la cui intera troupe è stata ospitata nell’Ulster per 6 mesi). Una pace e un benessere, oggi, appesi a un filo.
Un filo chiamato elezioni anticipate. Affondato il governo di coalizione, lo Sinn Fein ha costretto il Paese a tornare alle urne il prossimo 2 marzo.