la Repubblica, 3 febbraio 2017
Giganti senza guadagno. La sharing economy non paga Uber e Airbnb
ROMA È stato un abbaglio? I taxi di Uber, come le case di Airbnb, i due giganti della sharing economy, le rivelazioni dell’economia di questo decennio, avevano iniziato il 2016 con i fuochi d’artificio, attirando fiumi di dollari e di investitori, per un controvalore (potenziale) d’impresa da lasciare a bocca aperta: 30 miliardi di dollari per Airbnb, oltre 68 miliardi per Uber. Un anno dopo, le due aziende aumentano il fatturato, ma moltiplicano le perdite. Nel caso di Uber, nessuna start-up, finora, aveva perso tanti soldi in così poco tempo. Soprattutto, in prospettiva, i due giganti stanno uscendo dall’orbita (e dai privilegi) della sharing economy, mentre anche il loro modello di business sembra sempre meno luccicante. In un caso e nell’altro, infatti, la leva che le rende così appetibili agli investitori è la vertiginosa capacità di espansione. Ed è esattamente quella che si sta inceppando in questi mesi.
Sia per Airbnb, che per Uber, non quotate in Borsa, i conti si possono fare solo sulla base di indiscrezioni e simulazioni. Nel 2015, dunque, Airbnb avrebbe perso 150 milioni di dollari, su un fatturato di 900 milioni che, quest’anno, è quasi raddoppiato a 1,7 miliardi di dollari. Un dato non drammatico, se l’offerta di appartamenti nelle sue liste continuasse ad aumentare allo stesso ritmo. Ma è improbabile. La storia della stanza in casa, condivisa occasionalmente è sempre più una favola. Una grande banca di investimenti come Morgan Stanley calcola che almeno metà degli alloggi offerti siano, ormai, interi appartamenti. Soprattutto, è un’offerta sempre più commerciale: proprietari che offrono contemporaneamente anche decine di appartamenti, affittandoli a ripetizione anche per tutto l’anno.In futuro, sarà sempre meno possibile. A Londra, lo stesso appartamento non potrà essere offerto per più di 90 giorni l’anno. Oggi, almeno un quarto degli alloggi Airbnb viene affittato per periodi superiori. Gli esperti calcolano che la limitazione costerà un calo delle prenotazioni per un valore di 400 milioni di dollari, almeno un decimo a pesare sul bilancio della piattaforma. Altrettanto può costare il vincolo analogo (120 giorni) posto in un’altra meta ambita come Parigi. Ma due case su tre, fino ad oggi, venivano affittate, per periodi superiori. A New York e a San Francisco, ogni proprietario non può offrire su Airbnb più di un appartamento. La stretta sull’offerta commerciale non è però, forse, la novità più allarmante. Il punto chiave è che, nelle varie città, la piattaforma ha dovuto riconoscere la propria responsabilità, senza nascondersi più dietro ai proprietari. Si tratti di assicurare il rispetto dei 90 giorni o il pagamento delle tasse, Airbnb non è più una piattaforma neutrale, ma l’interlocutore e il garante nei confronti delle municipalità. Il prossimo incubo è la sicurezza antincendio.Per Uber, probabilmente, questo mutamento di pelle è anche più pericoloso. Metà del fatturato di Uber viene da quella metà di guidatori che offre la sua auto per più di 35 ore a settimana. Altro che lavoretto nelle ore libere: nei tribunali si parla di salario minimo e assistenza sanitaria. Più di uno scettico sostiene, però, che il modello Uber non sta in piedi comunque. Valgono i conti (presunti): fra il settembre 2014 e il settembre 2015 l’azienda avrebbe perso 2 miliardi di dollari, su un fatturato di 1,4 miliardi. In altre parole, il margine di profitto è pesantemente negativo: su 100 dollari di fatturato, Uber ne perde 143. Nella prima metà del 2016, pur avendo tagliato dall’83 al 77 per cento del fatturato i compensi per i guidatori, ha aggiunto perdite per altri 1,2 miliardi di dollari. Una voragine. Aperta dalla scelta di Uber di puntare alla massima espansione, scontando i prezzi delle corse. Hubert Horan, un esperto di trasporti, calcola che, l’anno scorso, i passeggeri di Uber abbiano pagato solo il 41 per cento del costo effettivo della corsa. Come è stato possibile? Colmando le perdite con 2 miliardi di dollari dei 13 pompati dagli investitori nella start-up.È una crisi di crescita? Horan fa notare che Amazon, nel 2000, perdeva alla grande, ma non più del 50 per cento del fatturato. Dopo cinque anni di vita (quanti ne ha oggi Uber), Facebook aveva un margine di profitto del 25 per cento. Qual’è la differenza? Che Amazon e Facebook erano start-up digitali: l’espansione, nell’etere, è a costo zero e, potenzialmente, esplosiva. L’85 per cento dei costi di Uber riguardano invece i guidatori, le auto, la benzina. Se l’attività cresce, crescono parallelamente anche i costi. E allora, perché gli investitori arrivano a frotte? La risposta di Horan e altri critici è inquietante. Nonostante la fama progressista, la tentazione più radicata di Silicon Valley è il monopolio. Basta guardare alle strategie di Amazon, Google, Facebook. Lo sforzo di Uber, finanziando in perdita la sua attività, sarebbe di far fuori i concorrenti, con i prezzi stracciati delle corse. Difficile chiamarla sharing economy.