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 2017  febbraio 03 Venerdì calendario

Draghi: serve più unità in Europa

BERLINO «L’Europa, e ancora di più l’area dell’euro, stanno affrontando un momento cruciale. Abbiamo bisogno di risposte alle domande che ci pongono i cittadini». Mario Draghi ha tenuto ieri uno dei discorsi più politici da quando presiede la Bce, ma senza mai indulgere alle scorciatoie proposte dai populisti e dai loro emuli. Richiamando, anzi, i partner europei alla necessità di attenersi maggiormente alle regole e di evitare “trasferimenti perenni” tra Paesi, cioè che paghino sempre gli stessi. Il riferimento implicito è anche al Patto di stabilità su cui si registra di nuovo uno scontro frontale tra Roma e Bruxelles.
Per Draghi l’Europa ha prodotto anzitutto ricchezza. «Dal 1960 il Pil cumulato pro capite è cresciuto un terzo in più di quello degli Stati Uniti, nell’Europa a 15». E ci sono molti dati che dimostrano che quel benessere «è stato accelerato dall’integrazione» dei mercati. Senza di essa, la ricchezza pro capite sarebbe più bassa di un quinto, dalla guerra ad oggi. Altro nodo che è ormai al centro delle polemiche da anni: l’euro. Finalmente Draghi ha ricordato che, al di là della facile retorica sui benefici dei serpenti monetari, tornato in Francia addirittura nella proposta di Marine Le Pen, la moneta unica scaturì proprio dalla banale considerazione che lo Sme non funzionava. E l’Italia, che ne fu buttata fuori nel 1992-3 e pagò carissimo quella spallata dei mercati, ne sa qualcosa. L’euro, ha sottolineato ieri Draghi, «fu una conseguenza dell’esperienza lunga e insoddisfacente con i differenti regimi di tassi di cambio dalla guerra».
Il banchiere centrale ha ricordato che quel vizio pre-euro, molto italiano, «distorceva le condizioni per una competizione giusta e minava il mercato unico». Un Paese competitivo e ad alta produttività, subisce la svalutazione come un furto. «E se alcuni Paesi sono pronti a pratiche da “saccheggia il tuo vicino”, perché gli altri dovrebbero tenere i confini aperti verso di loro?». Insomma, «se un Paese ha una bassa crescita della produttività a causa di problemi strutturali radicati, il cambio non può essere la risposta». Uno spettro, quello della manipolazione delle valute, che si aggira non soltanto nei programmi dei populisti, ma che si sta affacciando anche nelle rabbiose e infondate accuse dell’amministrazione Trump dei giorni scorsi contro l’euro.