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 2017  febbraio 03 Venerdì calendario

E Moscovici: «Se è così non vi commissariamo». La Ue non vuole il voto

LA VALLETTA Si riapre il filo delle trattative tra Roma e Bruxelles per evitare che l’Italia sprofondi in una procedura europea sui conti pubblici. Mentre i vertici comunitari e i leader dei Ventotto volano a Malta per il summit dedicato all’immigrazione, tanto il governo italiano quanto la Commissione ieri si sono riposizionati. In mattinata fonti di Bruxelles hanno confermato che la lettera giunta dall’Italia mercoledì sera in risposta alla richiesta di manovra correttiva da 3,4 miliardi non era convincente: «Ci saremmo aspettati una risposta più dettagliata», tanto sui tempi quanto sui contenuti dell’intervento. Una delusione arrivata forte e chiara anche al Tesoro, con il ministro Padoan che per evitare che la situazione precipitasse al question time in Senato è stato più esplicito sulle intenzioni del governo. Mossa che ha favorito l’intervento in serata del commissario Pierre Moscovici, che ha riaperto i canali del negoziato con frasi concilianti: «L’obiettivo è evitare procedure», ha rassicurato il responsabile francese, storicamente annoverato tra le colombe.
A questo punto gli occhi sono puntati sul vertice de La Valletta. Ieri da Palazzo Chigi tenevano il punto, facevano sapere che oggi non è prevista alcuna bilaterale formale tra il premier Paolo Gentiloni e il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker. Se il premier tiene fede alla linea renziana di contrapposizione all’Europa, dalla Commissione con un sorriso ricordavano che a margine dei summit ci sono tante occasioni per scambiare quattro chiacchiere, anche in una cornice meno formale rispetto a un incontro organizzato in anticipo dalle delegazioni. L’ex primo ministro lussemburghese infatti è intenzionato ad aiutare ancora una volta l’Italia, che ha già ricevuto 26 miliardi di flessibilità sul risanamento nel 2016-2017 e ora deve rientrare almeno dello 0,2% del Pil per evitare di trovarsi in una posizione di clamoroso fuorigioco sul debito pubblico, volato intorno al 133% del Prodotto interno lordo. Ma per mettere al riparo Roma dall’ala dura della Commissione, guidata dai vicepresidenti Dombrovskis e Katainen, e dalle cancellerie rigoriste ormai convinte che l’Italia non meriti più fiducia, Juncker deve essere aiutato. Per questo si aspetta che dietro le quinte arrivino garanzie politiche sul fatto che la correzione – anche se dissimulata rispetto a una vera e propria manovra – alla fine ci sarà a prescindere da un eventuale voto anticipato.
Insomma, Bruxelles chiede una minima garanzia politica dal premier per tenere aperta la trattativa fino al 20 febbraio, giorno nel quale con ogni probabilità la Commissione pubblicherà il rapporto sull’Italia all’interno del quale grazierà o manderà in procedura il Paese, limitandone la sovranità economica per anni ed esponendola sui mercati. Ad aiutare Gentiloni e Padoan rispetto ai toni battaglieri di Renzi – ragionano a Bruxelles, dove la situazione politica italiana è seguita da vicino – anche il fronte anti voto che si sta compattando contro il segretario del Pd. Il timore degli europei è infatti che con elezioni a giugno alla fine il governo non mantenga gli impegni, non corregga i conti facendo perdere la faccia alla Commissione che a quel punto dovrebbe decidere se aprire la procedura contro un Paese in campagna elettorale, trasfor-mandola in una cacofonia contro l’Europa, o aspettare l’autunno, quanto qualsiasi intervento sarebbe comunque tardivo per correggere i conti nel 2017 con il risultato di mandare in pezzi la credibilità delle regole dell’eurozona. Se invece si votasse in autunno, la promessa di correzione dei conti sarebbe più credibile. Per questo Bruxelles aspetta, mette alle strette il governo e attende ancora qualche settimana prima di decidere se affondare il colpo o meno. E intanto un ministro italiano vicino alla trattativa scherza compiaciuto: «Stiamo buttando la palla in tribuna, poi vedremo».