3 febbraio 2017
In morte di Predrag Matvejevic
Giorgio Pressburger per il Corriere della Sera
Matvejevic è morto! Se scelgo queste parole, prese da un articolo di Pierre Boulez alla morte di Arnold Schönberg, è per dare un segnale d’allarme, almeno nelle mie intenzioni.
Io conoscevo bene Matvejevic, e un tempo, quindici o vent’anni fa, lo incontravo spesso. Era frequentatore assiduo di un evento, in Friuli, allora appena creato: il Mittelfest, cioè una sorta di festival culturale che ha luogo, ogni mese di luglio, nell’antica città di Cividale del Friuli. Un incontro di artisti di teatro, di ballerini, di musicisti, scrittori di cinque nazioni. Perciò l’evento si chiamava Pentagonale, poi Mittelfest, cioè festa dell’Europa centrale detta in tedesco Mitteleuropa.
Predrag Matvejevic ne era una specie di personificazione. Il suo libro più celebre (perché di uno scrittore si trattava) Breviario mediterraneo (1987, in Italia uscito l’anno dopo) era destinato a riassumere la storia della civiltà del Mediterraneo, per segnalarne le caratteristiche, il ruolo e il destino. In realtà si trattava del destino dell’Europa. E infatti poco dopo l’apparizione di quello scritto di Matvejevic, di padre russo e madre bosniaca, scoppiò la guerra dei Balcani, con aerei che rombavano sopra le nostre teste (è Trieste la città in cui abito), armi che si vendevano nelle nostre strade e piazze, gente che partiva per la guerra come si va a un gioco.
Conosco qualcuno che mi disse d’aver scelto di arruolarsi perché voleva sparare, stava per divorziare dalla moglie ed era arrabbiato. Ma quella guerra, tra abitanti di varie nazioni appartenenti alla Jugoslavia, fu sanguinosa e feroce. Matvejevic era nato a Mostar, una delle città più martoriate in quel conflitto: un magnifico ponte antico bombardato, migliaia di morti, fame, incertezza, morte contrassegnavano allora quel luogo. Arrivarono persino soldati degli Stati Uniti: un’incomprensibile, insensata, crudele rappresentazione del caos. Case bruciate, fatte esplodere da dentro con bombole di gas, fosse comuni, gente senza tetto. Predrag si aggirava tra Venezia, Trieste e Zagabria spaesato, loquace, senza un pensiero compatto: il suo mondo, la sua letteratura multilingue, la sua vita multilingue stavano andando a pezzi: sans eyes, sans teeth, sans taste, sans everything come scrive William Shakespeare in Come vi piace.
Matvejevic allora si disperse per l’Europa: andò a insegnare alla Sorbona, a Parigi, poi a Roma, all’Università La Sapienza e alla fine, quindici anni dopo questa consistenza, o, quando fu di nuovo calmo, ma incerto e senza consistenza, di nuovo a Zagabria, dove da giovane aveva vissuto. Ogni volta che lo incontravo negli innumerevoli convegni sulla Mitteleuropa, riascoltando sempre gli stessi discorsi, si lamentava sul trattamento che gli riservavano in Croazia e sulle condizioni della sua patria. Ma era allegro, gran parlatore e di un carattere indefinibilmente leggero e non lagnoso. Un giorno di ritorno da Sarajevo (solito convegno) all’aeroporto lo presero da parte per perquisire la sua valigia. Perse il volo.
Non l’ho più rivisto. Mi arrivavano sue notizie attraverso amici. Claudio Magris era sempre informato su lui, la scoperta del suo Breviario mediterraneo era dovuta proprio a questo scrittore italiano, oggi il più noto nel mondo.
L’ultimo libro di Matvejevic apparso in Italia, L’altra Venezia (una riproposta dell’editore triestino Asterios nel 2012, prefazione di Raffaele La Capria), è di un indescrivibile, sottile, ma non mortale pessimismo. È pieno di ombre e predizioni oscure, ma sempre alla maniera di questo sottile, scherzoso, inarrestabile narratore russo-mediterraneo, coltissimo, multilingue, sempre disposto a un lieve atteggiamento didattico, ma in modo domestico: come chi, ormai in pensione, pensa a far lezioni ai suoi parenti, amici, conoscenti senza pretendere che questi apprendano nulla da lui.
Voleva che gli altri prendessero atto della sua semplice esistenza. Forse è proprio questo uno dei modi più leggeri di accommiatarsi dalla vita: senza clamore, senza tormentare nessuno, come Aleksandr Puškin, al termine del suo romanzo Evgenij Onegin, dice di separarsi dal suo amato personaggio. Il tramonto dall’Europa, e dalla propria vita per Matvejevic, era all’incirca così: un commiato triste, ma non del tutto tragico.
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Wlodek Goldkorn per la Repubblica
È stato nemico di ogni nazionalismo e di ogni esaltazione dell’appartenenza etnica. La parola identità la declinava al plurale, per sottolineare che tutte le persone hanno più appartenenze e l’unica lealtà dovuta è quella a difesa dei valori universali e umanistici. Predrag Matvejevic, morto ieri a Zagabria, di identità e appartenenze ne aveva molteplici. Era nato, nel 1932 a Mostar, una città jugoslava, oggi in Bosnia, abitata da cattolici croati e bosniaci musulmani e divisa, o forse unita, da un antico ponte, che venne fatto saltare in aria il 9 novembre 1993 dagli ustascia, i fascisti croati. Il padre di Matvejevic è stato un russo, nato a Odessa, città plurinazionale, plurireligiosa, sul Mar Nero, contesa tra Russia e Ucraina, e che agli occhi dello stesso scrittore assomigliava a Genova e Marsiglia. La madre invece era una croata, cattolica devota. Il nonno e uno zio di Matvejevic sono stati prigionieri del gulag sovietico; il padre la prigionia la subì invece, durante la seconda guerra mondiale, nella Germania nazista. Tornato a casa, non parlò al giovane Predrag di vendetta, ma anzi, gli raccontò, come un giorno, un pastore evangelico lo invitò a casa, gli diede da mangiare, gli offrì un bicchiere di vino. Predrag, si sentì a quel punto in dovere di offrire, a sua volta, un tozzo di pane a un prigioniero di guerra tedesco.
E lui, stesso chi era? Era nostalgico della Jugoslavia di Tito Matvejevic? Della Jugoslavia, probabilmente sì. Di Tito un po’ meno. Da giovane aveva aderito alla Lega dei comunisti. Ma, nel 1974, venne espulso dal partito. La colpa: aver scritto una lettera, a Tito, in cui lo esortava a preparare la successione, a non lasciare che la Jugoslavia andasse a pezzi. Dissidente, Matvejevic è rimasto per il resto della sua vita. Quando la Jugoslavia cominciò a disgregarsi davvero, e i discorsi sulla guerra e sulla “pulizia etnica” li facevano leader e forze che si richiamavano alla democrazia, coniò il neologismo “democratura”. La parola ebbe tanto successo, che oggi viene adoperata per parlare del regime di Putin in Russia. Nemico del nazionalismo anche di quello “suo” croato, nel 1991 dovette andarsene dal Paese. Esperto di letteratura francese, approdò alla Sorbona. Nel 1994, si trasferì a Roma, insegnò slavistica a La Sapienza, dopo 18 anni di esilio tornò in Croazia. Nel frattempo, subì una condanna a cinque mesi di prigione (la pena non fu mai eseguita), per aver scritto parole che un poeta locale considerò ingiuriose nei confronti della nazione.
Per Matvejevic la vera patria era il Mediterraneo. Il suo libro più importante è stato Breviario mediterraneo, (Garzanti), tradotto in 23 lingue. Vi si susseguono racconti su persone incontrate e leggendarie, analisi sulle origini delle parole, narrazioni su modi di preparare il cibo e sui nomi delle pietanze e degli oggetti, annotazioni geografiche, considerazioni sulla forma delle isole e sulla particolarità delle capitanerie di porto. Matvejevic spiega che i confini del Mediterraneo non sono determinati dallo spazio, e che quindi hanno qualcosa di mitico e immaginario; ma poi mette in guardia dalle troppo facili illusioni sulla presunta somiglianza delle persone e dei popoli. Il Mediterraneo è fascinoso perché contraddittorio e inafferabile per chi voglia classificare l’umanità e la natura a seconda delle rigide categorie. In questo senso il libro è una critica radicale della modernità, che come ha insegnato Bauman, ama la gerarchia, l’esclusione e l’eliminazione di tutto quello che disturba l’ordine prestabilito.
Matvejevic nutriva una certa diffidenza nei confronti di teorie filosofiche complicate. Contrapponeva quella che chiamava “l’identità dell’essere” a “l’identità del fare”. Siamo quello che facciamo. Per questo ha scritto Pane nostro, in cui raccontava come e perché il pane fosse al contempo un oggetto sacro da venerare e un profano saper fare il cibo. Ma pane significa anche, per una persona segnata nella storia familiare dai totalitarismi del Novecento, morire di fame: così morì suo zio, in un lager sovietico.
Negli anni della guerra balcanica Matvejevic rifletteva sulla follia dei politici; sul fatto che i padri dei leader serbi fossero suicidi. Tornato in Croazia, da Zagabria, seguiva con un certo scetticismo l’integrazione del Paese in Europa. Due anni fa, già malato, pubblicò un libro Granice i sudbine (“Confini e destini”). E in un’intervista a un giornalista croato spiegava come l’idea stessa della Jugoslavia fosse un’invenzione ottocentesca intelligente perché rendeva possibile la vita in uno spazio come i Balcani diviso tra diverse fedi, tradizioni. Diceva: certo, non ci sarà più la vecchia Jugoslavia, ma una cooperazione tra i nostri popoli è indispensabile. Per arrivare a questo, basterebbe, suggeriva, capire che le nostre memorie sono divise e spesso contrapposte. Ma il passato, se compreso ed elaborato, non impedisce di costruire un futuro comune.