La Stampa, 3 febbraio 2017
«Da Roma centro all’Alabama. Così sono uscita dal gruppo». Intervista a Greta Scarano
Un passato da batterista: «Ho continuato a suonare fino al primo anno di università, poi ho smesso». E una famiglia che le è sempre stata vicino: «Quando mi è balenata per la testa l’idea di fare Psichiatria o Medicina, mio padre, che è medico, mi ha detto: “Assolutamente no! Se vuoi fare Medicina, vai via. Qui in Italia non ha senso”». Greta Scarano, 30 anni, romana, attrice tra le più emergenti, si racconta: «Ricordo quando ero piccola e stavo davanti allo specchio. Mi emozionavo da sola e piangevo. Sentivo di avere qualcosa dentro di me che in qualche modo dovevo far uscire».
È per questo che ha deciso di fare l’attrice?
«Quando sono stata in America ho capito che il lavoro dell’attore è qualcosa di diverso rispetto a quello che pensavo. Ho conosciuto un insegnante che mi ha aperto gli occhi. E nonostante avessi soltanto 17 anni, quell’esperienza mi ha cambiata».
Per lei, ha detto, recitare è «una causa». Che significa?
«Io vivo il mio lavoro come una grande passione. Faccio solo quello che mi piace fare. Questo significa rinunciare a cose che potrebbero farmi stare più tranquilla, anche economicamente. Sono riuscita a preservarmi come attrice».
Deve essere stato difficile.
«È una questione di investimento. Se dici di sì a tutto, ti perdi. Capisco chi ha bisogno di soldi, chi ha un mutuo da pagare. Ma nella mia situazione non ha senso. Se devo fare l’attrice, lo devo fare bene».
Appena diciassettenne, ha conosciuto l’America più vera.
«Quella che ha votato Trump».
E com’è stato?
«Bestiale. Un’esperienza terribile. Sono stata lontana da casa per un anno, io che venivo dal centro di Roma, da amici rimastini (fuori di testa, in gergo giovanile romano, ndr). Lì, in Alabama, era un disastro».
Però è sopravvissuta.
«Per fortuna ho incontrato un professore, che insegnava letteratura inglese e recitazione, e una ragazza: sono stati i miei due salvagenti».
Ci tornerebbe ora per lavoro?
«Assolutamente sì. Mi piace l’idea di cinema che hanno, come di un’industria. Però mi piace anche la nostra realtà e la nostra artigianalità. L’ho capito mentre giravamo Smetto quando voglio».
Nel film di Sydney Sibilia interpreta l’ispettore Paola Coletti: forse il ruolo meno comico.
«La sfida è stata quella di riuscire a dare una misura tra la serietà e il realismo al mio personaggio, e di dargli anche una verve brillante».
Un’esperienza che l’ha colpita, ha dichiarato, è stata quella in «In Treatment». Perché?
«Per tantissimi motivi. Intanto come attrice, perché è difficilissimo avere l’opportunità di lavorare in piano-sequenza, come fosse uno spettacolo di teatro: non ti fermi mai. C’ho sguazzato dentro. E poi perché mi ha sempre incuriosita la psicanalisi».
Il suo prossimo film?
«Sarà un film per la tv. Interpreto Emanuela Loi, una dei poliziotti morti nella strage di via D’Amelio. Il film è diretto da Stefano Mordini, regista che amo tantissimo. Poi inizieranno le riprese di una commedia sentimentale con Michele Riondino. Interpreto una ragazza che non è per niente semplice».
Una donna tosta, come si dice.
«È orrenda questa espressione, “donna tosta”. Il discorso dei generi è una vera noia. Dovremmo proprio superare questi stereotipi, anche se riconosco che rispetto a qualche anno fa sono stati fatti diversi passi avanti».
Ha diretto tre cortometraggi e nel tempo libero scrive. Mai pensato a un film tutto suo?
«Sì, però non so se sono, o sarò mai, all’altezza. Quando vado a correre e ascolto musica, mi vengono in mente moltissime idee. Magari ci proverò in futuro. Vedremo».