Paolo Baroni
, LA STAMPA 18/1/2017
«E’ una legge che fa brindare solo le lobby dei ristoratori e che lascia l’amaro in bocca a chi vede vanificati due anni di sforzi diretti a trovare delle regole giuste e corrette per tutti», protesta Giambattista Scivoletto, amministratore del sito www.bed-and-breakfast.it con 16.000 B&B registrati il 30% dei quali interessati all’home restaurant e fondatore di HomeRestaurant.com. Conferma Cristiano Rigon, fondatore e ceo di Gnammo , la principale piattaforma di social eating in Italia: «Questa legge fortemente voluta da insistenti attività di lobbyng da parte delle associazioni di categoria che non hanno realmente compreso quanto l’home restaurant sia lontano dall’esperienza del ristorante e sia non avversario ma strumento di sviluppo del settore”. Dagli operatori del settore arriva un coro di critiche contro le nuove regole introdotte dalla Camera per regolare «l’attività di ristorazione in abitazione privata (home restaurant)», ovvero la possibilità di organizzare cene, prenotabili sul web, all’interno di abitazioni private.
Spiega Scivoletto (sopra nella foto): «Vengono imposti tanti e tali controlli e limiti che avremo inevitabilmente alla rinuncia di tantissimi aspiranti cuochi casalinghi, soprattutto quelli che più avrebbero portato lustro ed esperienza al settore dell’accoglienza culinaria domestica. Si pensi, ad esempio, alle nonne, alle mamme o alle zie, prime depositarie della cultura gastronomica tipica italiana, alle prese con le registrazioni sulle “piattaforme digitali” o con i pagamenti in forma elettronica, costrette a dire a chi le chiama al telefono che no, se si vuole assaggiare la parmigiana di melanzane come si faceva una volta bisogna andare sul sito www-punto-punto, prenotare e pagare lì e poi, mezz’ora prima di servire il pasto, collegarsi al sito e dichiararlo, pena multe salatissime».
Rigon (sotto nella foto), invece, offre una doppia lettura. «Da una parte - spiega - è senza dubbio positivo il fatto che esista una norma che regolamenti le attività di home restaurant, in quanto permetterà a tutti gli aspiranti cuochi di sperimentare la sharing economy senza paura di andare contro le autorità. Di contro però, sarebbe stato più opportuno, come prima cosa, normare a livello quadro la sharing economy, negli aspetti condivisi da tutte le attività, per poi scendere, se e dove necessario, a specificare i paletti da mettere nei singoli settori». Ed ora «l’augurio è che il Senato sappia produrre una legge sufficientemente agile e snella, rispondente ai suggerimenti Ue di non promulgare norme che limitino, ma che favoriscano lo sviluppo del mercato del social eating, limando ancora i forti vincoli presenti nel testo approvato oggi alla camera».
In sintesi, bene i pagamenti solo on line, i requisiti sugli immobili, e l’aver rimosso l’obbligo di certificazione HACCP e soprattutto l’aver trasformato in comunicazione digitale la comunicazione di inizio attività in un primo tempo prevista sottoforma di Scia. Pollice verso invece rispetto al limite dei 5.000 euro sui proventi che si potranno ottenere con le attività di home restaurant «Tale forte limite di “profitto” significa non aver compreso il potenziale della sharing economy, ma tutelare incondizionatamente una categoria a discapito di un’altra, misurandola su piani differenti - afferma Rigon -Più adeguata sarebbe stata la proposta, rilanciata da Altroconsumo, di porre limiti sul numero di coperti, metro usato anche per i ristoranti, ma non di fatturato. In questo modo, la legge rischia di andare contro lo sviluppo, contro i suggerimenti della comunità europea, a favore di qualcuno». Altra «grave limitazione della norma è infine il divieto di svolgere l’attività di home restaurant in abitazioni destinate anche ad affitti a breve termine. Così, ad esempio, chi volesse sperimentare, anche solo una volta, l’affitto della propria casa su piattaforme come AirBnb, non potrà più cimentarsi come cuoco su Gnammo, e viceversa: si tratta - conclude Rigon - di limitare la sharing economy, mettendo gli italiani in condizione di scegliere se mettere in gioco le proprie abilità culinarie o utilizzare una stanza in più disponibile in casa».
Il relatore della legge, Angelo Senaldi dei Pd, definisce invece la nuova legge sugli home restaurant è «un intervento necessario che mira a regolamentare un settore, quello dei ristoranti in casa, che si sta sviluppando in modo esponenziale sulla scia della più ampia legge sulla sharing economy. Mira a tutelare sia l’esercente che il consumatore ed è stata scritta rispettando la massima trasparenza, poiché i pagamenti del servizio saranno effettuati in modo elettronico e quindi tracciabile attraverso la piattaforma web che unisce l’esercente che fornisce il servizio di ristorazione al cliente finale. È una normativa innovativa, prima in Europa, che tende a dare impulso alla sharing economy, in linea con la direttiva europea che mira proprio ad incentivare e incoraggiare la sharing economy». Secondo Senaldi non c’è stato nessun cedimento alle pressioni delle lobby, anzi. «La nostra proposta di legge vuole essere un punto di equilibrio fra l’attività degli home restaurant e la ristorazione tradizionale; non vuole fermare il fenomeno degli home restaurant ma nemmeno renderlo concorrente della ristorazione tradizionale, fiore all’occhiello del nostro Paese. Il tetto dell’attività è di 500 coperti l’anno con un introito di 5 mila euro l’anno, numeri che rispecchiano questo intento di equilibrio». E quindi conclude: «La nostra proposta di legge vuole regolamentare un settore in profonda crescita prima che la situazione possa divenire incontrollata e incontrollabile. La legge prevede che i pasti dovranno rispettare i criteri igienico sanitari , in modo da tutelare la salute dei cittadini. No dunque a concorrenza sleale, no a pagamenti in nero e nessuna attività professionale. Solo un piccolo arrotandamento del reddito per chi ama l’attività della ristorazione fai da te e ha la passione per la cucina».
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CAMERA: ACCADEMIA CRUSCA BOCCIA ’HOME RESTAURANT’ = CAMERA: ACCADEMIA CRUSCA BOCCIA ’HOME RESTAURANT’ = I linguisti chiedono al Senato di togliere la parola inglese e di sostituirla con ’ristorante domestico’ Firenze, 20 gen. – (AdnKronos) – “HOME RESTAURANT”? Meglio ristorante domestico. La cucina italiana a corto di ingredienti linguistici? L’Accademia della Crusca non lo crede e boccia l’inserimento del termine inglese in una legge italiana, invitando il Senato a rimediare alla “sorprendente” scelta linguistica fatta dalla Camera dei Deputati. La Crusca interviene tramite il gruppo Incipit che si batte contro le parole straniere ’inutili’, costituito da Michele Cortelazzo, Paolo D’Achille, Valeria Della Valle, Jean-Luc Egger, Claudio Giovanardi, Claudio Marazzini, Alessio Petralli, Luca Serianni, Annamaria Testa. In un comunicato, i linguisti ricordano che il 17 gennaio scorso la Camera ha approvato “la proposta di legge C. 3258 che disciplina l’attività di ristorazione in abitazione privata”. Per l’Accademia della Crusca è “tuttavia sorprendente che per definire tale attività il legislatore italiano debba ricorrere all’anglismo ’HOME RESTAURANT’ (art. 2), quasi che l’arte culinaria casalinga del nostro Paese abbia origini oltre Manica e la lingua italiana non disponga di un termine per designare ciò che si potrebbe senz’altro denominare ’ristorante domestico’”. (segue) (Pam/AdnKronos) ISSN 2465 – 1222 20-GEN-17 13:36 NNNN
Crusca critica legislatore,no home restaurant,usare italiano Accademia: anglismo in pdl non porta chiarezza supplementare (ANSA) - FIRENZE, 20 GEN - Non ’home restaurant’ ma ’ristorante domestico’: l’Accademia della Crusca ’bacchetta’ il legislatore, sollecitandolo a cambiare la terminologia della proposta di legge, approvata alla Camera ed ora passata al Senato, che disciplina l’attività di ristorazione in abitazione privata, nella quale si adopera l’espressione inglese invece di quella italiana. "+ sorprendente - osserva l’Accademia - che per definire tale attività il legislatore italiano debba ricorrere all’anglismo ’home restaurant’, quasi che l’arte culinaria casalinga del nostro Paese abbia origini oltre Manica e la lingua italiana non disponga di un termine per designare ciò che si potrebbe senz’altro denominare ’ristorante domestico’. Questo termine risulta non solo immediatamente comprensibile per tutti, ma riunisce semanticamente tutti gli elementi della definizione che il testo di legge fornisce dell’attività in questione". Per questo la Crusca "invita i membri del Senato, ora investito dell’esame del testo di legge, a valutare criticamente l’opportunità di introdurre nella legislazione un termine straniero che, oltre a non apportare alcuna chiarezza supplementare, pare in netto contrasto con gli obiettivi della normativa".(ANSA). Y2G-CG 20-GEN-17 13:27 NNNN
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== Home restaurant: giro di vite, stop contanti e posti limitati = (AGI) - Roma, 17 gen. - Regole e limiti ben precisi. Con una serie di definizioni terminologiche a cui attenersi. Si profila un giro di vite sulla ristorazione a casa, che d’ora in avanti si dovra’ definire "home restaurant" e non potra’ far incassare al ’cuoco casalingo’ piu’ di 5 mila euro all’anno. Non solo: il conto del pasto dovra’ essere saldato solo ed esclusivamente con sistemi di pagamento elettronico (carta di credito o bancomat). In tutto, non potranno essere serviti piu’ di 500 coperti all’anno (solare). Sono tra i paletti che vengono introdotti dalla proposta di legge votata dalla Camera e che ora passera’ all’esame del Senato. Il testo unificato - che racchiude in se’ le proposte a firma 5 Stelle, Pd, Sinistra italiana e Area popolare - si compone di 7 articoli e mira a disciplinare "l’attivita’ di ristorazione in abitazione privata". Un irrigidimento dentro alcuni paletti che non trova d’accordo alcune forze politiche, tra cui i Conservatori e Riformisti, la Lega e i verdiniani. Finora, infatti, non era prevista alcuna disciplina per la ristorazione a casa. La legge, al contrario, non solo prevede dei requisiti cui attenersi, ma dispone anche delle sanzioni fino alla cessazione dell’attivita’ stessa. La legge introduce innanzitutto una determinata terminologia: si chiama ’home restaurant’ l’attivita’ finalizzata alla condivisione di eventi enogastronomici esercitata da persone fisiche all’interno di unita’ immobiliari ad uso abitativo in cui si ha la residenza o il domicilio, proprie o appartenenti a un soggetto terzo, per il tramite di piattaforme digitali che mettono in contatto gli utenti e con preparazione dei pasti all’interno delle strutture medesime; si chiama ’gestore’ il soggetto che gestisce la piattaforma digitale finalizzata all’organizzazione di eventi enogastronomici; si chiama ’utente operatore cuoco’ il soggetto che attraverso la piattaforma digitale svolge attivita’ di home restaurant; infine, si chiama ’utente fruitore’ il soggetto che attraverso la piattaforma digitale utilizza il servizio di home restaurant condiviso dall’utente operatore cuoco. (AGI) Ser (Segue) 171952 GEN 17 NNNN
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E casa diventa un ristorante. Le ragioni del fenomeno chiamato Home restaurant
In rete li chiamano home, pop up o underground restaurant e sono la rappresentazione più concreta di un nuovo modo di stare a tavola: il social eating (leggi l’articolo su Arrigoni, chef stellato che inaugura la Social Kitchen). Ovvero sconosciuti che si incontrano a tavola a casa di un cuoco non professionista. Un’alternativa al classico ristorante: gli avventori, paganti, infatti sono invitati in case private. Basta un po’ di spazio, talento ai fornelli e molta empatia per ospitare persone differenti ogni sera. “Nessuna norma impedisce di ricevere a casa propria amici e ospiti e farsi pagare per il disturbo - racconta Michele Ruschioni, blogger di 37 anni che con sua moglie Daniela Chiappetti, imprenditrice nel settore turistico ha iniziato questo secondo lavoro da un paio di anni aprendo Home restaurant Roma. Fino alle 18 facciamo altro, poi torniamo a casa e attendiamo i nostri visitatori”.
Tutto regolare anche fiscalmente. “Problemi burocratici? Non ce ne sono - risponde Chiappetti - se guadagni una cifra non superiore ai 5 mila euro. E non c’è la necessità di fare una dichiarazione (art. 1 comma 100 della Legge Finanziaria 2008 n.244) che regola il lavoro domestico. La coppia, che ha due figli piccoli di cinque e due anni, sfrutta la casa su due piani a Porta Pia a Roma per accogliere fino a 8-10 clienti la settimana. “Oltre alla location bisogna saperci fare - racconta Chiappetti - ti trasformi, soprattutto per i turisti, in una guida turistico-culinaria. Fai ‘passeggiare’ i tuoi avventori attraverso la cultura della cucina romana (il menù di base, 25 euro, è formato, a scelta, da sei primi e sei secondi rigorosamente cucinati secondo la tradizione laziale, n.d.r.)”. (Alcuni suggerimenti su come avviare un home restaurant).
All’estero, dove vigono altri regolamenti, sono fiorite numerosi network che raggruppano attività di questo tipo. In Olanda c’è Dine with the dutch che per 50 euro consente di mangiare all’interno di famiglie olandesi. Esperienza ripetuta anche in Sudafrica con Dine with a local. Oppure con l’americana Hush supper club o l’inglese Ms Marmite Lover. Senza dimenticare la francese Hidden Kitchen che gioca con il richiamo del logo e del nome con Hell’s Kitchen, il famoso reality da Gordon Ramsey.
La casa non è un ristorante e non si devono rispettare tutte le norme che invece sono obbligatorie per i locali. “Essendo un evento privato non è previsto il rispetto di alcun requisito particolare o norma. Noi, però, controlliamo personalmente ogni persona che offre la sua esperienza culinaria sul nostro sito - spiega Gian Luca Ranno fondatore con Walter Dabbicco e Cristiano Rigon di Gnammo, la prima piattaforma tu dedicata al social eating che raccoglie circa mille cuochi casalinghi, e 45 mila utenti al mese (
Guarda i suggerimenti per aprire un’attività). In questo mondo vincono i cuochi più social, quelli che sono più bravi a creare quell’atmosfera magica che il cliente, o Gnammers, si aspetta di vivere”.
Ma il fenomeno social eating (
da vedere anche l’Home food Le Cesarine) non interessa solo i privati. A provare questa formula sono anche i ristoranti: “ci contattano per inserirsi in questo mercato - prosegue Ranno- alcuni hanno anche organizzato eventi, nei giorni di minore affluenza, mettendo allo stesso tavolo sconosciuti che hanno prenotato attraverso la nostra community e offrendo loro un menù differente da quello classico del ristorante”. L’obiettivo di chi si mette in gioco è quello di arrotondare lo stipendio in maniera divertente: “Il social eating non è la nostra principale occupazione e non è un’attività commerciale racconta Chiappetti -. Usiamo i guadagni per pagarci le spese di casa: bollette, mutuo, tasse”.
Ma le possibilità di fare affari non mancano a patto di essere bravi e creativi. “L’idea ha destato interesse anche tra i brand del settore alimentare - conclude Luca Ranno -. Per esempio siamo in contatto con Barilla e Ferrarelle con cui abbiamo organizzato eventi promozionali e realizzato del materiale di comunicazione girando video all’interno delle case. Ai produttori e ai pubblicitari l’idea piace perché è materiale vivo e reale, non dà la sensazione della finzione cinematografica. Inoltre, l’anno passato, abbiamo organizzato con Emergercy la più grande cena collettiva - in tante case della penisola italiana - per la raccolta di fondi”.
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Fenomeno home restaurant, quanti sono i social cuochi
Con 20 miliardi di fatturato nel 2015, gli italiani puntano sulle specialità locali e sulla tradizione. Un successo confermato anche dalle ormai tante piattaforme tra social eating e home restaurant
Roberta Gavioli 23 febbraio 2016