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 2017  febbraio 03 Venerdì calendario

Il killer vendicatore ora è difeso sui social

La panchina del rancore è lì, accanto alla tomba del cimitero di Vasto dove da luglio è sepolta Roberta Smargiassi. L’aveva fatta sistemare Fabio Di Lello, 35 anni, il marito e da due giorni anche l’assassino di Italo D’Elisa, l’uomo che aveva ucciso sette mesi prima la moglie in un incidente stradale. Ad un certo punto ha capito di non riuscire a vivere lontano da lei, veniva al cimitero ogni giorno, accarezzava la foto in cui Roberta lo guardava con il suo sorriso radioso. Le parlava, le giurava che l’avrebbe vendicata.
A volte arrivavano dei conoscenti, persone che condividevano la sua stessa tristezza, i parenti di altri due giovani di Vasto, suoi amici, morti poco dopo Roberta. Dolore che si aggiungeva al dolore, impotenza all’impotenza, giorno dopo giorno finché, qualche giorno prima di Natale, aveva letto un comunicato del difensore Italo D’Elisa in cui si cercava di rendere meno pesante la responsabilità del giovane nell’incidente. È stato allora che Fabio ha avuto l’impressione di non poter mantenere fede alla promessa fatta alla moglie, che seguendo la giustizia non avrebbe ottenuto quello che stava cercando, una punizione senza alibi né giustificazioni. Mentre tutti ancora erano immersi nell’atmosfera di pace delle vacanze di Natale, Fabio aveva già deciso di fare da sé. A gennaio, mentre gli amici parlavano delle scosse che non volevano lasciare tranquilla la loro regione e di un freddo che non si vedeva da anni, lui si era procurato una pistola calibro 9 e stava decidendo come agire.
Il momento è arrivato due giorni fa. All’ora di pranzo Fabio è andato a trovare Roberta, ha mangiato qualcosa davanti alla sua tomba, poi è andato incontro al suo destino, davanti a un bar della città. Poche parole con l’uomo che odiava. Quindi tre colpi, uno all’addome, uno alla gamba e uno al collo, secondo la prima ricostruzione. Per Italo D’Elisa non c’è stato nulla da fare. Fabio si è allontanato, ma solo per tornare dalla sua Roberta, per lasciarle in dono la pistola come avrebbe fatto con la sua arma il gladiatore di cui aveva postato la foto sul profilo Facebook. Si è consegnato senza opporre alcuna resistenza ai carabinieri che sono andati ad arrestarlo. Ormai aveva finito di covare il suo buio, aveva ottenuto la sua giustizia.
È finito in carcere ma quando si è diffusa la notizia del suo gesto per tanti è diventato un eroe, il giustiziere di un pomeriggio. Era il personaggio che – consciamente o no – aveva costruito in questi mesi di solitudine e risentimento dominati da una campagna per chiedere giustizia che ha pochi eguali: una fiaccolata, gli striscioni, la foto postata su Facebook da condividere, i commenti dei suoi fan. Un clima di odio senza precedenti, è l’accusa del difensore e della famiglia del giovane ucciso due giorni fa. «C’è stata una disgrazia che ha colpito più famiglie – spiega Alessandro D’Elisa, zio del giovane freddato per vendetta – Abbiamo portato avanti il dolore con dignità. Non potete capire, un ragazzo di 21 anni che ha perso il lavoro, ha perso tutto. C’è stata una campagna di odio verso questo ragazzo, che vi assicuro era un ragazzo per bene, sensibile. Un ragazzo d’oro che ha subito una pressione mediatica. Una vittima anche l’altro ragazzo. Andava aiutato e non bisognava mettergli uno striscione davanti al locale dove lavorava e si recava ogni mattina. Abbiamo chiesto di avvicinarci alle famiglie ma ci hanno detto che era troppo presto, abbiamo aspettato con dolore e riservatezza».
Una versione diversa dalle accuse della famiglia e dei difensori di Fabio di un atteggiamento «strafottente» da parte di Italo. Ma il veleno sparso era troppo per riuscire a capirsi. E la sete di vendetta un desiderio troppo forte. Ne parla anche l’arcivescovo di Chieti-Vasto, Bruno Forte. Per condannare la vendetta, certamente, ma anche per chiedere una giustizia diversa, «più sollecita. Una giustizia lenta non è più giustizia e produce anche effetti come questi tragici a cui si è assistito a Vasto».
L’odio diventa un’onda che dilaga sui social. Sono donne, uomini, giovani, meno giovani, forse i più restii a parlare in queste ore sono proprio gli abitanti di Vasto. Gli altri sono un fiume in piena. Pietro Paolo Perrotta: «Visto che lo Stato fa come c... gli pare, la giustizia è opinionabile e non dà certezze delle pene, allora non si può non tollerare il gesto di un marito che si vendica...». Luca Patavino: «Da quanto tempo dico che la non-Giustizia italiana, lenta inefficace e fine a se stessa, è il primo problema italiano? Poi accade che uno si fa “Giustizia” da solo, a modo suo, dando una propria interpretazione di “Giustizia”». Antonella Racanicchi: «Fabio ha tutta la mia comprensione. In un Paese dove non esiste giustizia questo è quello che ti spingono a fare. Istigazione all’omicidio, questo deve denunciare il tuo avvocato contro lo Stato». Sara Ferrario: «Non lo farei mai ma capisco e condivido. La giustizia in Italia è scandalosa. Dopo sette mesi senza avere alcuna prospettiva il suo gesto è comprensibile».
Accuse respinte dal Procuratore di Vasto, Giampiero Di Florio: «Nessuna lentezza, anzi, al contrario, questo procedimento evidenzia la celerità di un tribunale come quello di Vasto nella trattazione dei processi: le indagini sono durate 110 giorni dalla data dell’incidente. Direi che ci sono stati tutti i tempi rapidi per arrivare a una sentenza in meno di 8 mesi.