La Stampa, 3 febbraio 2017
Dall’Fbi all’Italia, una banca dati contro terrorismo e radicalismi
Lo scudo contro infiltrazioni terroristiche può essere una banca-dati. Nelle carceri italiane si fa ormai uso regolarmente del «Terrorist screening center», il Tsc, un programma telematico gestito dall’Fbi e che coinvolge ben ottanta Paesi del mondo. «Uno strumento tecnologico – ha spiegato ieri in Parlamento il ministro della Giustizia, Andrea Orlando – che consente l’accesso ai nominativi dei soggetti ritenuti pericolosi».
«Attraverso questo programma – ha detto ancora Orlando – è possibile stringere le maglie e rilevare ad esempio se un soggetto, ristretto per reati comuni, in realtà sia stato segnalato da un altro Paese come pericoloso dal punto di vista terroristico».
Da quel che si sa, il Tsc è stato inventato dopo le Torri Gemelle per mettere in comune le informazioni delle tante agenzie d’intelligence statunitensi. Il programma si è poi allargato e ormai sarebbero oltre 1 milione i nomi e i profili dei sospetti inseriti nella banca-dati.
Se la polizia italiana aveva aderito al Tsc già qualche anno fa, ora però si è aggiunto il ministero della Giustizia per coprire anche il versante delle carceri. E naturalmente gli italiani attraverso il programma ottengono informazioni, ma anche ne immettono, per «una costante condivisione dei dati e delle informazioni».
Non è un caso che nell’ambito del gabinetto del ministro della Giustizia sia stato creato un Gruppo di analisi strategica che serve per la condivisione delle informazioni tra Direzione nazionale antiterrorismo, Eurojust, i magistrati di collegamento (sono in Francia, Albania, presto anche in Marocco), le principali procure e ovviamente la Direzione dei penitenziari. E si stringono accordi di collaborazione con i Paesi arabi e africani «che, seppure caratterizzati da situazioni politiche attualmente instabili, costituiscono nondimeno snodi territoriali cruciali per il contrasto a fenomeni criminali come terrorismo e traffico di migranti».
E poi c’è il controllo di quanto accade dentro le carceri. L’ultimo monitoraggio dice che sono 393 i detenuti sottoposti ad analisi per rischio di radicalizzazione. La maggioranza è nata in Tunisia (115), Marocco (105), Egitto (27). Vi sono poi 14 soggetti nati in Italia di cui 3 con cognome di origine straniera. Dodici sono i minori.
Si parla molto di de-radicalizzazione (ieri Orlando era alla Camera proprio per un ciclo di audizioni collegate a un ddl di Stefano Dambruoso in merito) e anche nelle carceri si sta pensando come muoversi. La principale misura, al momento, è il rispetto della persona.
«In carcere – ha concluso Orlando – è alto il rischio che si diffondano forme di esclusione e isolamento. Condizioni su cui il radicalismo fa leva per alimentare il senso di odio contro la società. Garantire l’esercizio del culto fa parte del rispetto dovuto a un diritto fondamentale, ma serve anche a non alimentare pericolose sacche di risentimento». Servono anche gli imam. «Ma ci vuole elasticità. Se passassero per imam di Stato, sarebbero rifiutati e crescerebbero i luoghi di preghiera clandestini».