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 2017  febbraio 03 Venerdì calendario

La strada del mare più battuta dagli scafisti ma per chiuderla serve un patto con Hafta

ROMA Una tratta fondamentale, ci passa il 90 per cento del flusso migratorio che arriva nel nostro Paese: la Libia, la rotta del Mediterraneo centrale più battuta dai trafficanti di uomini. Gli scafisti imbarcano gli stranieri provenienti dall’Africa, partendo dalle coste occidentali tra Tripoli, Gasr Garabulli e Zuara. Si dirigono verso Lampedusa, la Sicilia e Malta. Ma a bordo dei gommoni e dei vecchi barconi non c’è traccia di libici. L’onda umana che cerca salvezza nei paesi europei proviene dalla Costa D’Avorio, dalla Nigeria, dal Senegal, dal Gambia, dal Marocco. Nel primo mese del 2017 ne sono già sbarcati 4533, un numero minore rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, anche se nel 2016 il clima era stato più favorevole e il mare aveva permesso di navigare con più facilità.
L’INCONTRO
Ed è per questo che uno dei primi viaggi del ministro Marco Minniti è stato proprio verso la Libia. Per cercare di recuperare i vecchi accordi, quelli che in epoca Gheddafi, avevano consentito di ridurre drasticamente gli arrivi. La situazione libica è ora molto diversa: il leader del Consiglio presidenziale Fayez al-Serraj, che ieri ha firmato un accordo con il premier Paolo Gentiloni, si dice pronto a collaborare. Ma come farà a garantire i controlli anche in una parte del Paese dove il suo ruolo non viene riconosciuto? In una zona dove il capo dell’Esercito nazionale libico, Khalifa Haftar, guadagna terreno e appoggi dalla Russia, dalla Francia e anche dall’Egitto? L’Italia è cosciente della situazione che regna nel paese africano, ma è l’unica strada che, al momento, sembra percorribile.Tre le direzioni in cui si muoverà l’accordo: la stabilizzazione del paese, il contrasto al traffico di esseri umani e la cooperazione contro il terrorismo. L’Italia ha promesso di dare un aiuto a chiudere il confine meridionale, quello con il Niger, da cui transita la maggior parte dei migranti che entra dall’Africa subsahariana.
IL TENTATO GOLPE
Nel frattempo, il 10 gennaio, è stata riaperta la nostra ambasciata a Tripoli, e qualche giorno dopo c’è stato un tentato golpe che sembra portare la firma dei trafficanti di uomini, in particolare quelli di Al-Khoms, una città a metà strada fra Tripoli e Misurata, i quali vedono come una vera minaccia lo stop al traffico di uomini. Il progetto attuale si colloca nel solco di quelli precedenti – come ha spiegato lo stesso Minniti dopo il viaggio – e dovrebbe ricalcare gli accordi stipulati in passato con l’ex colonia: quello del 2008 e quello del 2012. Il primo memorandum venne sottoscritto dall’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni con il governo di Muammar Gheddafi. E prevedeva che versassimo cinque miliardi di dollari in aiuti, in cambio del pattugliamento costante della costa per impedire ai migranti di partire. L’accordo era stato criticato dalle organizzazioni per i diritti umani, che denunciavano la detenzione arbitraria dei migranti, maltrattamenti e torture da parte delle autorità libiche. Ma nel 2012 anche il ministro Annamaria Cancellieri aveva scelto di sottoscrivere lo stesso accordo, prevedendo il controllo delle frontiere meridionali della Libia e l’addestramento delle forze di polizia di frontiera locali.
Oggi per sostenerlo il nostro Paese potrebbe fornire a Tripoli un sistema di radar, già previsto nell’accordo del 2012. Con tutti i limiti, però, di un governo come quello di Al Serraj che non garantisce un controllo del territorio così esteso e capillare al di fuori della capitale.
Nel frattempo, l’Italia continua a ospitare 174 mila persone, inserite nel sistema di accoglienza (strutture temporanee, hotspot, centri di prima accoglienza, posti Sprar). Un dato in leggero calo rispetto alle 176.554 presenze che si registravano al 31 dicembre scorso. La Lombardia è la regione che accoglie più migranti (23.171, pari al 13% del totale), seguita dal Lazio (14.692, l’8%) e dalla Campania (14.418, l’8% del totale). Tra le nazionalità degli stranieri sbarcati quest’anno prevalgono nettamente gli africani: ivoriani (744), guineani (631), nigeriani (414), senegalesi (319), gambiani (275) e marocchini (252). Il programma europeo dei ricollocamenti, infine, registra il trasferimento dall’Italia verso altri Paesi dell’Unione di 2.916 profughi. Mentre l’Europa avrebbe dovuto ricollocarne 40 mila. E a ottobre del 2017 l’intesa con l’Ue scadrà e dovrà, dunque, essere rinegoziata.