il Fatto Quotidiano, 3 febbraio 2017
Biografia autorizzata e tradotta del primo inventore della Roma
Spenti i cori, sturati i tappi e asciugati i cappotti dalle docce fuori programma, il presidente decise di non godersi il secondo tempo della festa. L’8 maggio 1983, mentre Roma impazziva per lo scudetto conquistato dai ragazzi di Liedholm, Dino Viola salì in macchina e puntò verso Torrerossa, profonda Lunigiana, il suo Posto delle Fragole. All’ingegnere piaceva tornare ciclicamente alle radici e andare in direzione ostinata e contraria, proprio come la squadra che dopo la “gavetta” al Palestrina l’aveva accolto nei propri quadri dirigenziali per poi consegnarglisi, definitivamente, nel 1979.
Viola era succeduto ad Anzalone e aveva scelto la Roma come ragione di vita: “Nel ’76 – racconta Flora, sua moglie – ebbi il mio unico attacco di gelosia nei suoi confronti. Ci trovavamo a Chianciano e mio marito rischiò la vita. Fu ricoverato d’urgenza per un’ulcera perforata. Al risveglio mi disse: ‘Flora, mi sarebbe dispiaciuto morire. Non ho ancora fatto nulla per la Roma’. Ci rimasi malissimo. Poi capii. Il calcio era la sua grande passione”.
A 26 anni dalla scomparsa dell’enigmatico presidente che conquistò Coppe e Scudetti, Manuel Fondato ne scrive la prima biografia autorizzata mettendo in luce gli aspetti meno noti e diradando la nebbia intorno a un grande e poco raccontato protagonista del calcio che fu.
I primi editori a cui Fondato aveva presentato il libro erano stati lapidari: “Non interessa a nessuno”. Errore. Il libro a Roma e in Rete è un piccolo caso editoriale e nei forum si rincorrono – in un effetto nostalgia – aneddoti ed episodi legati a un tempo in cui i presidenti erano entità meno liquide e più tangibili e la domenica, alle 15, sedevano in tribuna allo stesso posto di sempre. Nel libro di Fondato si rincorrono tanti Viola diversi. Lo vediamo dodicenne, rapito dal flusso dei tifosi che quasi come pifferai inneggiano alla “maggica”. E lo vediamo settantenne, nei panni di un senatore della Repubblica democristiano, dialogare con Andreotti in vista della campagna elettorale con il bavero alzato in un freddo pomeriggio del 1981 al Comunale di Torino. Viola assiste con consapevole speranza a Juventus-Roma. Mancano due partite alla fine della stagione. Le squadre sono distanziate da un solo punto. Vincere significa segnare il break decisivo. Furino è stato espulso al sessantaduesimo e la Juventus è in 10 uomini. Ramon Turone (il primo calciatore che gli chiese di acquistare Liedholm: “Vuole lasciare il Catanzaro, lo prendiamo a un prezzo irrisorio”) colpisce di testa in piena area battendo Zoff. Ramon esulta. Riscrive la storia. Sono solo pochi secondi di flash e confusione prima che il guardalinee alzi la bandierina e l’arbitro annulli un gol di cui si parlerà per decenni. Viola esce dallo stadio e viene intervistato. Parla di questione di centimetri. Boniperti, sapido, gli manda un righello in dono. Lui risponde a tono: “Forse servirà più a lei che è geometra”.
Schegge di un calcio scomparso che nel libro di Fondato rivivono nei momenti alti e in quelli foschi. Vediamo Viola felice ricevere lettere commosse dalla terza figlia Federica e lo vediamo ombroso, sospettoso, dietrologico: “Arriviamo tardi a questo appuntamento – dice in occasione di una gara chiave – e ci arriviamo tardi per le difficoltà che ci hanno creato, per le autentiche aggressioni che abbiamo dovuto subire e che ci hanno talvolta costretto sulla difensiva”.
Forse maldestro in occasione della presunta corruzione dell’arbitro Vautrot alla vigilia della seminale di Coppa dei Campioni con il Dundee, certamente sgomento quando ascolta da Franco Jurlano, suo omologo del Lecce, che quasi si scusa allargando le braccia, la vera ragione dell’incredibile impegno mostrato dai già retrocessi salentini di Fascetti all’Olimpico il 20 aprile 1986: “Questi disgraziati mi hanno chiesto il premio doppio e se vincono oggi, dopo una stagione indegna in cui sono retrocessi a dicembre, mi tocca anche pagarglielo”. Roma-Lecce, pura formalità che avrebbe dovuto consegnare il titolo alla squadra di Eriksonn, finirà invece 2 a 3 polverizzando in 90 minuti folli e illogici una rimonta da record.
Dino Viola sapeva essere amaro. Quando non voleva farsi capire, parlava difficile. Avevano coniato un termine preciso, il Violese, per disegnare un linguaggio volutamente criptico. Nel libro di Fondato c’è la traduzione e insieme, l’inevitabile rimpianto.