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 2017  febbraio 03 Venerdì calendario

Nicola Casagli: «Così la burocrazia dei fax rallenta il radar valanghe»

“Dal 2008 siamo sommersi da burocrazia bizantina che paralizza la ricerca”. È la denuncia di Nicola Casagli, ordinario in Scienze della terra all’Università di Firenze. “La spending review imposta sulla Pubblica amministrazione dal 2008 in poi, insieme a normative antimafia e anticorruzione, sta strangolando la ricerca pubblica. Il 50% del mio tempo è speso per una burocrazia insensata, se applicata alla ricerca”. Il suo è uno dei centri universitari di competenza della Protezione civile per il rischio idrogeologico: 50 ricercatori e tecnici, quasi tutti precari, chiamati per monitoraggi e analisi del rischio in caso di frane, alluvioni, valanghe. Come quella che ha travolto l’hotel Rigopiano lo scorso 18 gennaio. Il 20 il team era sul posto, si è fermato per una settimana. Ne è uscito un post su Facebook diventato virale: “Una settimana a Rigopiano ci ha fatto vedere che esistono due mondi della Pubblica amministrazione: uno che – in caso di emergenza – si muove a mille, via WhatsApp; un altro che comunica per email, pec e fax, che pensa a togliersi le responsabilità, che gli ostacoli li crea anche quando non esistono”.
Il 19 sera la Protezione civile chiede a Casagli un radar per il monitoraggio delle valanghe. “Noi li abbiamo sviluppati per le frane e installati in tutta Italia, ma sono inadatti per le valanghe”, spiega. Problema risolto in una notte. Con un’idea: mettere insieme un array: uno strumento che sente gli infrasuoni emessi da distaccamento di masse nevose, progettato da iTem, spin off dell’Università di Firenze. E un radar che fa scattare l’allarme anti valanga con un anticipo di 10 secondi. Progettato da una startup svizzera. Che lo spedisce subito, ma finisce bloccato a Chiasso. La dogana pretende un fax. “Avevamo pensato a portare tutto da casa, ma al fax proprio no”. Alla fine ci riescono, il radar arriva il giorno dopo.
Nel team ci sono anche tecnici di laboratorio con tanto di dottorato, inquadrati come diplomati, perché i concorsi per tecnici laureati sono pochissimi. Ma “la riforma Brunetta impedisce ai tecnici diplomati di lavorare la domenica”, spiega. Quindi, “la domenica non possiamo impiegarli nelle zone operative.”
Per raggiungere Rigopiano, l’ultimo tratto i ricercatori lo hanno fatto sugli sci. Attrezzatura in spalla: radar, array, un drone multicottero, telecamere e fotocamere, gps, attrezzature da neve, cassette degli attrezzi, batterie, generatori, modem, computer, taniche di carburante. “Non possiamo acquistare niente in urgenza, non abbiamo più le carte di credito di servizio”. Dallo scorso dicembre sono state cancellate. “Quest’anno lo Stato ci ha dato zero fondi, ma abbiamo progetti europei e con privati. La carta però non possiamo averla nemmeno per quei soldi”. Perché? “Incompatibili con la tracciabilità antimafia: dicono che non si può assegnare un Codice Unico di Gara, che non permettono lo split payment dell’Iva, e che è molto più dinamico e moderno anticipare in contanti e aspettare mesi i rimborsi”. Secondo la normativa antimafia per la tracciabilità dei flussi finanziari del 2010, per qualunque acquisto bisogna chiedere e attendere il certificato antimafia dal fornitore, ma solo se l’azienda è italiana. “Se è straniera, invece, non c’è l’obbligo di rilascio. E si va più veloci”, dice. “Una sorta di protezionismo al contrario”.
In casi di emergenza in genere è tutto rapido, spiega Casagli. I veri problemi sorgono in “tempo di pace”. Ad esempio, “per quanto riguarda gli spin off universitari, non si può affidare una commessa a quelli della propria università, per prevenire possibili abusi”, spiega. “Ma si può tranquillamente affidarla a quelle di un’altra università”, dice. “Si parte dal presupposto che bisogna dimostrare di non essere corrotti prima di iniziare a lavorare. Assurdo”. In tempi di pace, c’è anche l’incubo del Mepa, il mercato unico elettronico per la Pubblica amministrazione. Qualunque cosa, dalla carta igienica ai pc, è obbligatorio comprarla lì, con tempi di attesa anche di un mese. “Non c’è nemmeno la possibilità di dare il feedback dei fornitori sul sito, come avviene su Amazon, se prendi una fregatura”, dice Casagli. Anche Marco Bella, chimico organico alla Sapienza di Roma, denuncia come una dozzina di passaggi burocratici per gli acquisti su Mepa possano bloccare le sofisticate analisi scientifiche di cui si occupa. Analisi che possono generare entrate anche di 100 mila euro l’anno per l’università. Se si rompe anche solo un componente da 52 euro, come è successo a Bella, bisogna stare fermi settimane. Per questo i ricercatori decidono di risolvere con una colletta. In 24 ore il componente arriva e tutto riparte.