il Fatto Quotidiano, 3 febbraio 2017
Matteo, sono spariti i Rolex: parola di Palazzo Chigi
L’unico documento che l’amministrazione dichiara di possedere consiste in un verbale afferente la consegna di doni relativa a soggetto estraneo alla Presidenza del Consiglio dei ministri”. Eccola qui, nero su bianco, la conferma che, a Palazzo Chigi, dei Rolex regalati dall’emiro saudita a Matteo Renzi non c’è traccia. O meglio, una traccia c’è ed è l’unico orologio restituito dopo la baruffa di Ryad: quello dell’interprete arabo, Reda Hammad. Gli altri? Sono stati presi dalla scorta del premier e poi sono spariti.
Il sospetto, va detto, era già più che radicato: come vi abbiamo raccontato ieri, Il Fatto ha ottenuto il registro ufficiale dei doni del governo, ovvero l’elenco degli omaggi di rappresentanza ricevuti dall’esecutivo nei due anni a guida Renzi (sono esclusi i ministeri di Esteri e Difesa che hanno una gestione a sé). In quella tabella, non solo i Rolex non c’erano ma l’unico dono restituito dall’ex premier risultava essere una scultura ricevuta proprio dal sovrano dell’Arabia Saudita durante la visita istituzionale del 9 novembre 2015. Nessuna menzione della bici giapponese, della torcia olimpica, deitappeti e dei dipinti, giusto per ricordare alcuni dei cotillons con cui i leader di mezzo mondo hanno omaggiato il presidente del Consiglio italiano dal 2014 al giorno delle dimissioni.
Eppure ieri sera, la Presidenza ha deciso di replicare all’articolo: “I doni di Stato ricevuti da Matteo Renzi nella sua funzione di presidente del Consiglio sono stati consegnati agli uffici competenti di Palazzo Chigi, come prevedono le norme – scrivono –. Per quanto riguarda gli orologi donati alla delegazione ufficiale italiana in occasione della visita ufficiale in Arabia Saudita a novembre 2015, come già ribadito in passato, sono nella disponibilità della presidenza del Consiglio”. Ma i fatti dicono altro.
A certificare che i Rolex sono ufficialmente desaparecidos, come spiegavamo all’inizio, sono gli stessi uffici della Presidenza, quelli dove i doni avrebbero dovuto essere custoditi o – secondo la versione di palazzo Chigi – quantomeno “essere nella disponibilità”.
Basta leggere la risposta al ricorso presentato da un dipendente dell’amministrazione per capire che nessun membro del governo li ha ufficialmente riconsegnati. Il lavoratore, che è anche un rappresentante sindacale, aveva letto sul Fatto della litigata scoppiata a Ryad con i funzionari del Cerimoniale, un parapiglia scatenato dagli uomini della scorta di Matteo Renzi per chi doveva accaparrarsi gli orologi di maggiore valore, i Rolex per l’appunto. Il sindacalista si era sentito vittima di un “evidente discredito” e denunciava un “danno di immagine” per lui e per tutti i dipendenti “coinvolti nell’incresciosa vicenda”. Così, per restituire l’onore alla categoria, aveva chiesto l’accesso agli atti: voleva sapere se quegli orologi ricevuti a Ryad fossero o no nella stanza destinata alla custodia dei doni. Chiedeva, insomma, di prendere visione dei verbali di consegna: quelli con cui, secondo la legge, andrebbero restituiti i doni con un valore superiore ai 300 euro per i componenti del governo e 150 per i dipendenti pubblici. Se davvero, sosteneva il lavoratore, c’è stata una rissa a Ryad perché la Presidenza non ha preso alcun provvedimento disciplinare? Perché se invece quegli articoli sono fondati su pure invenzioni, Palazzo Chigi non ha dimostrato il contrario? Domande legittime, a cui però la Commissione per l’accesso ai documenti amministrativi ha ritenuto di non rispondere: quel rappresentante del sindacato, dicono, non ha titolo per chiederne conto. Eppure, nel negare il permesso, l’estate scorsa gli uffici hanno fatto una ammissione importante: hanno detto “di non essere in possesso dei verbali richiesti dal ricorrente, ma solo di un documento relativo a un soggetto estraneo alla Presidenza del Consiglio”. Si tratta del verbale firmato dal traduttore che – dopo il parapiglia nato con la scorta di Matteo Renzi – decise di denunciare tutto (e perse anche il lavoro).