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 2017  febbraio 03 Venerdì calendario

Oro ai massimi da novembre. Il petrolio Brent supera 57 dollari

L’oro ha ritrovato smalto grazie all’attendismo della Federal Reserve e alle tensioni sollevate dai commenti poco ortodossi del neopresidente Usa Donald Trump. Gli ultimi Tweet contro l’Iran in particolare hanno risvegliato la variante geopolitica non solo in relazione al lingotto – restituendogli attrattiva come bene rifugio – ma anche sui mercati petroliferi. Ieri mentre l’oro volava fino a quota 1.225,30 dollari l’oncia, un record da metà novembre, anche il greggio si spingeva ai massimi da un mese, raggiungendo 57,45 dollari al barile nel caso del Brent.
Le mosse della Fed – e la reazione del dollaro – sono da sempre un fattore chiave per determinare l’andamento delle quotazioni dell’oro: il metallo prezioso infatti perde attrattiva quando i titoli di Stato offrono rendimenti più appetibili e viceversa. Non stupisce quindi che ci sia stata una reazione positiva dopo la riunione di mercoledì della banca centrale americana e il conseguente scivolone del biglietto verde, anche se l’oro nel corso della giornata ha poi ripiegato verso 1.216 dollari.
La Fed non solo non ha operato un ulteriore rialzo dei tassi, ma ha diffuso un comunicato che non fa alcun cenno al timing della prossima stretta monetaria, nonostante la salute dell’economia Usa non mostri segni di indebolimento. L’inflazione peraltro sta rialzando la testa, per effetto del recupero delle quotazioni del petrolio. E tassi bassi più inflazione in ripresa costituiscono un mix inatteso che potrebbe continuare a fornire un buon sostegno al lingotto.
Non a caso gli investitori sono tornati ad acquistare anche gli Etf sul metallo: il patrimonio dell’Spdr Gold Share, il maggiore, è aumentato di 10,7 tonnellate in un solo giorno mercoledì. E il flusso positivo di 413 milioni di dollari ha consentito di recuperare quasi metà dei riscatti subiti lo scorso mese. Il tutto mentre dall’Asia –?importante centro di consumi per l’oro – non arriva un grande sostegno, perché in Cina e in molti altri Paesi sono iniziate le vacanze per il Capodanno lunare.
Anche le “sparate” di Trump d’altra parte contribuiscono a tenere vivo l’interesse per l’oro. L’ultima – con cui ha «messo sull’avviso» l’Iran dopo il test missilistico dello scorso weekend – ha dato la sveglia anche ai mercati petroliferi sul rischio, spesso dimenticato negli ultimi mesi, di un acuirsi delle tensioni in Medio Oriente.
In cima alle attenzioni degli investitori sembra comunque esserci tuttora il conteggio dei barili tagliati dall’Opec e dai suoi alleati (persino il continuo aumento delle scorte Usa apparentemente interessa poco). Il rispetto degli accordi sta andando oltre le aspettative, con oltre l’80% dei tagli già effettuati secondo le stime degli analisti. Ieri un’ulteriore conferma è arrivata dal sondaggio Bloomberg, secondo cui i membri dell’Opec hanno tolto 884mila barili al giorno dal mercato (anche se Libia, Nigeria e Iran ne hanno aggiunti 270mila). Ma a colpire è stato soprattutto il listino prezzi di febbraio della Saudi Aramco: la compagnia dell’Arabia Saudita (che ha già ridotto l’output più di quanto si era impegnata a fare) ha imposto aumenti di prezzo in tutte le aree del mondo, con un’imparzialità che si è vista solo molto raramente e che dovrebbe contribuire a ridurre le esportazioni.