Libero, 2 febbraio 2017
Il bomber che si stava mangiando tutto
Il primo pensiero è stato quello di tutti coloro che lo hanno visto giocare per la prima volta: «Pensa se fosse magro». L’’immagine di un talento così puro eppure dannatamente stridente, forse non si è mai vista. Quello di Felipe Monteiro Diogo, in arte Sodinha una bibita gassata, soprannome ereditato dal padre è un dono speciale in un corpo grasso, troppo grasso per un calciatore professionista. Eppure Sodinha si è arrampicato fino alla B italiana, con la maglia del Brescia prima e del Trapani poi, nonostante quel fisico illogico 175 centimetri di altezza che hanno inglobato fino a 98 chili di peso da cui non ci si aspetta nulla. Il pregiudizio è giustificato, finché Sodinha non tocca il pallone, obbligando lo spettatore a ribaltare il ragionamento e chiedersi perché un talento perfetto per il calcio sia finito in un corpo inabitabile.
Il calciomercato invernale si è chiuso con una notizia accolta dall’entusiasmo degli appassionati: Sodinha, a 28 anni, torna a giocare 12 mesi dopo il ritiro. Lo farà nel Mantova, terzultimo nel girone B di Lega Pro, che gli ha teso una mano per guadagnarsi un nuovo futuro da calciatore. La passione per Sodinha è globale perché in lui i tifosi riconoscono la semplicità di un «antidivo», che vive l’essere calciatore come l’imposizione di un modello impossibile da rispettare. In perfetto stile, con la sua voce semplice e malinconica e il volto levigato dalla nostalgia, Sodinha ha annunciato il ritorno: «Ero in Brasile, guardavo il calcio in tv e piangevo tutti i giorni. Ho parlato con la mia famiglia e ho deciso di tornare», racconta, assicurando poi di essere un uomo nuovo anche grazie al matrimonio con Rosangela Rocha, che lo ha spinto ad allenarsi fino a perdere 12 chili.
La scelta di Mantova non è casuale, perché dietro l’angolo, a pochi chilometri, c’è la sua Brescia. «Là sono stato in paradiso», ammette Sodinha, «ma ero masochista, bevevo whisky, vodka e mangiavo. Sono arrivato a 98 chili». Il Brescia lo accoglie nell’estate 2012 e in tre stagioni Sodinha colleziona 64 presenze e 5 reti.
Indimenticabile quella segnata al Cesena il 27 aprile di tre anni fa: un doppio tocco di suola, a saltare il difensore e poi il portiere, prima di appoggiare il pallone in rete.
Il calcio italiano è un sogno per un bambino che nato a due passi dalle favelas di Jundiaí, in Brasile. Nel 2008 l’Udinese lo preleva dal Paulista e lo presta al Bari allenato da Conte, in B, dove però non va oltre 4 presenze, obbligandolo ad un girovagare in Lega Pro tra Paganese, Portogruaro e Triestina. Dal 2010 al 2012 Sodinha subisce tre operazioni al ginocchio e il sipario sembra calare sulla sua carriera, finché il Brescia non si accorge di lui. Dopo le Rondinelle raggiunge il Trapani di Cosmi (che gli dedica una commovente lettera di addio) nella scorsa stagione, ma il 7 gennaio dell’anno scorso annuncia il ritiro durato fino a ieri, fino al primo allenamento con il Mantova.
È tornato, Sodinha, a raccontarci la storia di un uomo condannato ad un’esistenza incerta, tra l’essere un potenziale fenomeno e un atleta inadatto. Per lui il campo di calcio è il luogo della redenzione, ma anche l’arena dei giudizi. Essere Sodinha vuol dire oscillare tra luce e ombra, beatitudine e dannazione, da una vita intera. Ma a soli 28 anni non è troppo tardi per illuminare di nuovo i campi di calcio e la propria vita.