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 2017  febbraio 02 Giovedì calendario

«Sto in fila per mestiere»

Lo contattiamo al telefono indaffarato fra una coda e l’altra e non potrebbe essere altrimenti. Sì perché Giovanni Cafaro, 45 anni, originario di Salerno ma da 12 anni residente a Milano (dove ha tra l’altro frequentato con successo anche un Master in organizzazione aziendale alla Bocconi), è il primo “codista” italiano, professione che come si intuisce chiaramente dal nome consiste nel mettersi in coda al posto degli altri, in uffici pubblici e non solo. Un’idea che, nella frenesia della vita moderna, è diventata una vera e propria professione scacciacrisi per 300 persone in tutta Italia. 
Cafaro, da dove nasce l’idea di diventare un codista? 
«Fino al 2013 lavoravo come responsabile marketing di un’azienda di abbigliamento che ha però deciso di trasferirsi all’estero. Così, per alcuni mesi, ho mandato il mio curriculum senza successo. Un bel giorno, alle Poste, mi sono reso conto che le persone attorno a me non ne potevano più della coda. Così mi è venuta l’idea di farla al posto loro: appena tornato a casa ho fatto un volantino promozionale, l’ho stampato in 5mila copie e mi sono messo a distribuirlo. In pochi giorni sono arrivate le prime chiamate: all’inizio pensavano fosse uno scherzo, ma poi hanno capito che era tutto vero e sono arrivate le prime code su commissione». 
Oggi ha molti clienti? 
«Sì, sono qualche decina che mi permettono di lavorare a tempo pieno. Molti sono professionisti, come avvocati o commercialisti, ma ci sono anche persone anziane e disabili. E non mancano le aziende e i dipendenti che non possono assentarsi in orario lavorativo». 
Quanto si guadagna a fare il codista? Si riesce a portare a casa uno stipendio pieno? 
«La nostra tariffa è di 10 euro lordi l’ora, di cui 2,5 euro vanno ad Inps e Inail. Chi lavora a tempo pieno riesce a portarsi a casa uno stipendio soddisfacente e comunque abbiamo un contratto collettivo nazionale, che ho promosso personalmente, riconosciuto dal Ministero e che ci permette di avere copertura assicurativa, permessi, ferie, maternità e paternità». 
Un contratto collettivo come quello dei metalmeccanici o dei giornalisti? 
«Esattamente, con la differenza che il nostro è a chiamata: lavoriamo in base alle esigenze del cliente per un giorno, una settimana o anche per periodi più lunghi nel caso di aziende che hanno bisogno di noi in maniera stabile. Per questo vorrei fare un appello al ministro del Lavoro Poletti per “copiare” il nostro contratto anche su altre categorie professionali, in modo da superare i voucher». 
Quanti sono i codisti in Italia e in quali città sono più concentrati? 
«Siamo circa in 300. La maggior parte di noi lavorano nelle grandi città come Roma, Firenze, Napoli, Torino, Bologna, Verona. A Milano e provincia siamo una ventina, dai 24 anni fino ai 65, metà donne e metà uomini: la maggior parte di noi fa il codista a tempo pieno, ma ci sono anche un paio di studenti universitari e pensionati che lo fanno part-time per arrotondare». 
Quali sono le code più strane che finora le è mai capitato di fare? 
«La più insolita è stata di sicuro quella che mi ha visto otto ore in fila per acquistare l’ultimo modello di iPhone. Un’altra che mi ha emozionato è stata di fronte al Banco dei Pegni con una signora che doveva portare molti gioielli di famiglia che alla fine, per fortuna, è riuscita a riscattare». 
E quali sono invece gli uffici pubblici più battuti? 
«Sicuramente Equitalia, Agenzia delle Entrate ed Inps dove le code arrivano a durare tre ore ma anche le Poste, specie quando c’è da ritirare la pensione. A volte bisogna armarsi di enorme pazienza ma, mentre si è in coda, si può far fruttare il tempo gestendo la propria agenda di appuntamenti». 
È preoccupato del fatto che, con la digitalizzazione della pubblica amministrazione, la sua professione possa entrare in crisi? 
«Per ora decisamente no. Secondo uno studio della Cgia di Mestre rispetto a 10 anni fa le code si sono allungate di venti minuti. Il mio lavoro segue la burocrazia e la burocrazia non sembra certo intenzionata a contrarsi».