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 2017  febbraio 02 Giovedì calendario

Tenete giù le mani da Emma 1857: il processo a Flaubert per “Madame Bovary”

Il 29 gennaio 1857 un autore fino a quel momento sconosciuto veniva trascinato di fronte alla Sesta Camera Correzionale del Tribunale di Parigi con l’accusa di “oltraggio alla morale pubblica, alla religione e ai buoni costumi” per aver scritto un libro, pubblicato in sei puntate sulla Revue de Paris tra l’ottobre e il dicembre del 1856. Lo sconosciuto è Monsieur Gustave Flaubert, il romanzo incriminato Madame Bovary. In realtà la storia, oggi universalmente nota, della bella sognatrice Emma Bovary, non era certo la prima che Flaubert aveva composto. Alle sue spalle aveva già migliaia di pagine manoscritte di abbozzi e progetti, e molte opere mai pubblicate. Nel 1849 aveva portato a termine la prima versione de La Tentazione di sant’Antonio, ma gli amici Du Camp e Bouilhet sentenziarono che era “da gettare nel fuoco” e gli consigliarono di scegliere una storia più “moderna”, più “terra terra”.
E come scriverà Baudelaire nel suo mirabile articolo su Madame Bovary, “qual è il terreno della stupidità, quello maggiormente ricco di imbecilli intolleranti? La provincia! Qual è il dato più abusato, più prostituito? L’Adulterio!”. Flaubert, a malincuore, dà retta dunque ai suoi primi censori, e prendendo spunto anche da diversi fatti di cronaca il 20 settembre 1851 annuncia all’amante Louise Colet di aver cominciato il suo romanzo, Madame Bovary appunto. Ci vorranno cinque anni per portare a termine questo “tour de force spaventoso”, che nella primavera del 1856 viene affidato alla Revue de Paris, di cui è condirettore Du Camp. Da subito gli vengono imposti numerosi tagli: la Revue teme che alcuni “quadri lascivi” possano infastidire l’opinione pubblica. Flaubert, seppur adirato, ubbidisce: taglia, rivede, corregge. Ma non basta ancora. Du Camp gli suggerisce perfidamente di lasciare a lui e al direttore Laurent-Pichat la facoltà di farsi “maestri” del suo romanzo e di operarne i tagli che ritengono “indispensabili”.
Vengono censurate la celebre scena dell’amplesso in carrozza di Emma e Léon, due dialoghi tra il farmacista e il curato, e l’intera scena dell’estrema unzione di Emma. Esemplare la lettera indirizzata da Flaubert al direttore stesso: “sopprimendo il passo del fiacre non avete tolto nulla di ciò che è scandaloso. Vi attaccate a dei dettagli, ma è all’insieme che bisogna guardare. Non si sbiancano i negri e non si cambia il sangue di un libro”. Ciò che era davvero scandaloso, allora e oggi, era l’attacco all’autonomia della letteratura, che egli aveva sempre rivendicato, e la pretesa di subordinare l’estetica alla morale; “la morale dell’Arte consiste nella sua stessa bellezza”, e la giustizia non dovrebbe tenere “dei corsi di letteratura in Corte d’Assise”. Tuttavia, da una questione che pareva avere l’aspetto di una querelle letteraria in nome del buon gusto, e nonostante le cautele prese dalla Revue, Madame Bovary finisce in tribunale. Per assisterlo Flaubert ha scelto un avvocato illustre, Monsieur Senard; la requisitoria è condotta dal pubblico ministero, l’avvocato imperiale Pinard (lo stesso che, nell’agosto di quell’anno, condannerà I Fiori del male di Baudelaire).
Molto tempo dopo Flaubert scoprirà, ridendo sotto i baffi, che il “moralista immorale” Pinard si dilettava, in segreto, nella stesura di versi pornografici… I due avvocati fanno rima nel cognome, ironia della sorte, e non solo: nella loro ottusità orchestrano un duetto “di un grottesco sublime” sottomettendo l’opera alla stessa moralizzazione forzata, l’uno per stabilire che essa è oltremodo scandalosa, l’altro per dimostrare che è supremamente virtuosa. A una settimana dall’udienza, il 7 febbraio 1857 il processo è vinto, non senza un “biasimo severo” che denuncia attraverso Madame Bovary l’impertinenza del suo “realismo volgare e urtante”.
La verità è che il tribunale non fu in grado di condannare il libro perché lo stile di Flaubert non offriva appigli in virtù del caposaldo della sua estetica, l’impersonalità nell’opera, che fa sì che l’autore, “come Dio nella creazione, si senta dappertutto ma non si veda affatto”, e di conseguenza che il lettore “si senta schiacciato senza sapere perché”. Flaubert, assolto, esce da tutto questo “maelström di banalità, menzogne e sciocchezze” disgustato e avvilito, Madame Bovary, dopo il processo, guadagna un successo inaspettato e nell’aprile del 1857, con le parti “amputate” finalmente ripristinate, esce in due volumi per l’editore Michel Lévy. Oggi la petite femme di Flaubert, e il fenomeno che da lei prende il nome, il bovarysmo, continua a “far sognare” i lettori di tutto il mondo. Emblema di una generazione (delle generazioni?) in crisi, icona eterna del desiderio inappagato e dell’anima inquieta che si nutre di sogni, Emma “percorre il cerchio completo del mito, al principio e al termine della sacrosanta letteratura”.
Quando, sul finire della sua vita, Flaubert compilerà il Dizionario dei luoghi comuni, alla voce “Censura” affermerà: “Si ha un bel dire, è utile!”. Ma questa era “l’idea corrente” e bête del borghese, ossia, nel significato flaubertiano, di “chiunque pensi bassement”. Il suo, di pensiero, lo aveva già espresso, profeticamente, diversi anni prima del processo in queste sublimi parole: “la censura di qualsiasi tipo mi sembra una mostruosità, una cosa peggiore dell’omicidio. L’attentato al pensiero è un crimine di lesa-anima”. Centosessant’anni dopo il suo processo, Madame Bovary (e Flaubert) c’est nous.