La Stampa, 2 febbraio 2017
Così l’Italia degli Anni 60 sognava con Studio Uno. Intervista ad Antonello Falqui
Cinquantasei anni fa l’Italia ancora sognava. Una vita migliore, un futuro luminoso, la luna. E tutto sembrava possibile. Soprattutto quello che passava attraverso la televisione. Era la Rai di un solo canale con la Dc che castigava i costumi eppure tra mille resistenze la voglia d’innovare fece breccia. Ai vertici c’era l’uomo che traghettò l’azienda verso la modernità, Ettore Bernabei e c’erano due visionari, Antonello Falqui e Guido Sacerdote che portarono dietro la telecamera il grande varietà di Parigi e di Broadway pronto a svezzare un pubblico lieto di affidarsi al teleschermo per crescere.
Era Studio Uno, che cambiò per sempre la prima serata dell’intrattenimento con Mina, le gemelle Kessler, Don Lurio, il corpo di ballo finalmente non più da avanspettacolo. Oggi, si celebra il mito con una fiction dedicata, C’era una volta Studio Uno, che andrà in onda il 13 e il 14 febbraio su Raiuno, regia di Riccardo Donna, prodotta da RaiFiction e dalla Lux Vide di Matilde e Luca Bernabei che si sono trovati a confrontarsi con la storia della tv e della loro stessa famiglia. «Obbligai mio padre a portarmi alle prove – dice Matilde Bernabei – avevo sette anni e ho un ricordo meraviglioso».
A questo punto due erano le strade percorribili: usare repertorio d’epoca e romanticamente cucirlo insieme o fare di Studio Uno un archetipo per raccontare la Rai e l’Italia che s’affacciava al boom economico. È stata scelta questa seconda via. Tre ragazze tipo le sartine di piazza di Spagna, entrano in Rai. Giulia, Alessandra Mastronardi, orfana di 25 anni avviata a una vita borghese ma con la curiosità della vita; Elena, Giusy Buscemi, 25 anni, ballerina incapace ma bellissima che su questo fa leva per circuire un importante funzionario (che ha il volto di Giampaolo Morelli) ed entrare nel corpo di ballo e Rita, Diana Del Bufalo, 23 anni, con una voce bellissima che nasconde un segreto, è una ragazza-madre.
Attorno a loro si muove un mondo fatto di giovani macchinisti e assistenti alla regia, Lorenzo di Domenico Diele e Stefano di Andrea Bosca che guardano ammirati ai loro miti, Falqui interpretato da somigliante Edoardo Pesce e Sacerdote di Simone Gandolfo.
Da qui la fiction con amori, matrimoni saltati e caratteri cambiati, a venire a galla sarà l’essenza e ne è metafora la scarna scenografia di Studio Uno, essenziale, modernissima come un set cinematografico. E i grandi artisti? Tutti ripresi di spalle, come è giusto che sia, o in spezzoni d’epoca. Si ha voglia di Mina ma resta la sua voce anche se nel promo della fiction Se telefonando è cantata da Nek. «Per avvicinare i giovani». Bastasse questo.
[M. TAMB.]
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Falqui: «Perché tanta fantasia? La nostra vera storia era già un romanzo»
E poi arrivò il varietà di Antonello Falqui e la tv non fu più la stessa. Anni Sessanta, tutto si andava costruendo, persino l’intrattenimento chiamato a portare il mondo nelle case.
Falqui, ma come le venne in mente Studio Uno?
«Girando per il mondo e prendendo spunti. Ci si riuniva a lungo con gli autori, parlavamo mesi. Avevamo scelto di chiamarlo come il nostro studio di via Teulada. Era un varietà pieno di idee, durava un’ora e 10 e non sbrodolavamo, avevamo il dono della sintesi televisiva, che si è persa».
Che cosa cercavate?
«Classe, eleganza, per gli sketch avevamo signori autori come Verdi, Terzoli, Vaime, la satira non si basava sulla politica o sull’attualità, era sociale. Più tardi Luttazzi e Walter Chiari furono più politici».
Allora c’era Ettore Bernabei ai vertici della Rai.
«Nonostante fosse un democristiano aveva un’anima liberale. Figuriamoci che eravamo abituati al direttore generale Filippo Guala che poi si fece frate, si figuri che apertura mentale poteva avere».
Invece a lei Bernabei concesse le gambe nude delle Kessler. Rivoluzionario.
«Avevano gambe perfette che coprimmo con calzamaglie pesanti anti-scandalo. Le scovai io a Parigi le gemelle, aprivano uno spettacolo al Lido, le strappai di lì e le portai a Roma con diciotto Bluebell. Erano ballerine fantastiche. Sacerdote mi prese per matto, levare un numero al Lido era impensabile e io poi le adoperai solo per il finale, pochissimo».
E lei girava il mondo?
«Certo, per trovare artisti nuovi. Sandro Pugliese, direttore dei programmi Rai di allora non ci fermava. Così portai in Italia Marcel Amont, Mickey Rooney, Zizi Jeanmaire. E poi c’era Mina».
Com’era Mina?
«Una ragazza con una gran voce e anche disponibile. Una volta doveva fare un soldatino balbuziente, era convinta di non riuscirci. Fu bravissima».
C’è qualche artista al quale è rimasto più legato?
«Walter Chiari, perché era divertente e mi spiazzava, e Luttazzi, gran classe».
Lei ha visto la miniserie dedicata a Studio Uno?
«Diciamo innanzitutto che a me non piace il progetto. Gli intrecci d’amore non c’entrano niente con la storia di quel varietà. E le assicuro che è una storia tutt’altro che noiosa. Poi Torino che hanno messo in mezzo non capisco perché, tutto fu pensato e realizzato a Roma. Con quel meraviglioso materiale di repertorio si poteva fare meglio e di più».
Ma lei l’ha vista?
«Sì, troppo sceneggiata nei particolari, così si perde di vista l’essenza».
Nella fiction si vede che voi siete stati osteggiati da alcuni funzionari Rai, un boicottaggio sventato da Bernabei.
«Fantasia. Nessuno era contro di noi, anzi, eravamo amati e loro rimasero soddisfatti del successo. Pensi che facevamo 21 milioni di spettatori a trasmissione, un risultato inaudito. Oggi quando ne fanno 4 gridano al miracolo. Ma erano altri tempi. Comunque fu un evento, anche per allora».
C’è anche il suo ruolo in commedia e ci mancherebbe altro. Le è piaciuto?
«Troppo grasso, ero più magro».
Che voto darebbe alla fiction?
«Un bel 5».