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 2017  febbraio 02 Giovedì calendario

Raciti, una lezione lunga dieci anni. La notte che ha cambiato il calcio

Una notte folle e tragica. Ma anche una notte che ha segnato il punto di non ritorno. Dieci anni fa, in queste ore, la Sicilia si metteva il vestito più bello, quello di un pallone che, a due giorni da Sant’Agata, rotolava verso le zone più nobili della classifica: Catania e Palermo si sarebbero sfidate in un derby d’Europa (quarti gli etnei, un gradino sopra i palermitani). E, invece, il dramma: il piazzale che apre sullo stadio come le strade di Beirut e l’ispettore capo Filippo Raciti colpito a morte da un lavello usato come la testa di un ariete.
Punto di non ritorno
Dieci anni dopo molto è cambiato. Forse, quasi tutto. Tre sono stati i decreti che hanno impegnato tre governi diversi a mettere sotto protezione la passione più grande degli italiani: il decreto Amato nei momenti successivi al 2 febbraio e, poi, quelli Maroni ed Alfano, spinti da nuove frontiere della violenza o illogicità (il caso Sandri e gli spari prima della finale di Coppa Italia a Roma con il giovane Ciro Esposito rimasto a terra), ma che trovano le loro fondamenta sui fatti di Catania. Gli ultrà, o meglio, i delinquenti hanno perso terreno e teatri per l’azione: ecco i tornelli agli ingressi, l’arresto in flagranza differita (fino a 48 ore) e, soprattutto, la Tessera del Tifoso e, di conseguenza, le restrizioni agli esodi di massa lontano da casa.
Voglia di normalità
Un mondo, quello degli stadi, in movimento. E al fianco dei tifosi veri. I settori ospiti degli impianti da gioco, spesso, vuoti perché i «cattivi» non si sono tesserati o, spesso, occupati da gente normale. Qualcuno ha urlato alla difficoltà di acquistare un biglietto all’ultimo minuto: tutto vero, ma altrettanto vera è la voglia di normalità una volta sugli spalti.
Dieci anni dopo, molto è cambiato. L’Italia, adesso, sa cosa sono gli steward: le pettorine gialle sono entrate sempre più là dove c’erano le divise e, questo, è il futuro. Ora dovranno cadere le barriere, qualcuna è già caduta, fra tribune e campo e quando gli stadi saranno (quasi) tutti di proprietà il lavoro potrà dirsi a buon punto. I numeri girano, e bene: l’anno zero, il 2007, era quello degli oltre 500 feriti fra gli agenti e dei quasi trecento soccorsi fra le persone.
Il Daspo, il divieto di accesso alle manifestazioni sportive, ora può allungarsi fino ad una provvedimento lungo otto anni e, soprattutto, può colpire l’intero gruppo di appartenenza: ultimo caso, gli 87 divieti comminati ai tifosi del Pisa una settimana fa. Gli ultrà hanno invocato, ed invocano, l’incostituzionalità della misura, ma è la loro voce. C’è stato un momento in cui la voglia di normalità ha messo al bando gli striscioni e, da quel momento, sugli spalti possono entrare solo quelli autorizzati. E c’è stato anche un momento in cui si è deciso di segmentare le tribune, dividerle per individuare meglio i potenziali responsabili di ribellione: all’Olimpico di Roma, le barriere occupano le due curve e, le due curve, sono rimaste a lungo vuote (quella romanista ancora lo è). «Indietro non si torna...», così le autorità. Alle spalle c’è la notte folle e tragica di Catania.