Il Messaggero, 2 febbraio 2017
La confessione di Odevaine. «Da Buzzi 5mila al mese»
ROMA Strizza gli occhi, quando il pm Luca Tescaroli gli chiede senza giri di parole quanto valevano le mazzette che intascava. Ma poi, Luca Odevaine, che le carte inchiodano come l’infiltrato della criminalità organizzata nelle stanze del governo, l’uomo che si è fatto corrompere per favorire gli affari illeciti di Mafia Capitale, non può che ammettere: «Da Buzzi prendevo cinquemila euro al mese, ero un facilitatore dei rapporti con le prefetture e con la pubblica amministrazione, favorivo i suoi interessi». Nell’aula bunker di Rebibbia va in scena la prima confessione dall’inizio del processo ai boss del Mondo di Mezzo. I pm Luca Tescaroli e Giuseppe Cascini tornano sul punto più volte e l’ex plenipotenziario sui migranti al Viminale ammette: «Si, li ho percepiti, era una remunerazione che ho ricevuto da fine 2011 al novembre del 2014. Ho preso soldi anche dalla cooperativa La Cascina: dieci mila euro, che poi dovevano diventare 20mila». Odevaine cominciò a farsi corrompere dopo aver lasciato il gabinetto dell’allora sindaco Veltroni e il secondo episodio de La Cascina gli è già costato una pena (patteggiata) a 2 anni e 8 mesi, ora passata in giudicato, e la restituzione di 250mila euro. Complessivamente, il flusso di denaro percepito in tre anni di facilitazioni a tempo pieno è impressionante: da la Cascina avrebbe ricevuto 261mila euro più i 65mila in contanti immortalati da una telecamera del Ros. E da Buzzi un versamento puntuale, quasi sempre in nero: «Inizialmente mi pagava l’affitto di un ufficio, poi fu deciso di mantenere quel finanziamento». Le società di Odevaine hanno preso soldi da Buzzi anche «in chiaro», ma quei 5mila euro no: «Quelli arrivavano a me».
Lui lo nega, ma la procura ha contestato ad Odevaine di aver messo al servizio di Buzzi il prestigioso ruolo di membro del tavolo nazionale sull’immigrazione presso il Viminale, ricevuto dopo gli incarichi a Roma: «Per anni ho fatto parte del comitato ordine pubblico e sicurezza di Roma e questo mi ha dato la possibilità di conoscere persone che prima lavoravano in prefettura o questura ma poi hanno fatto carriera a livello nazionale, usavo quei rapporti». Prova a giustificarsi: «Non potevo aiutare Buzzi dal tavolo di coordinamento del Viminale, ma potevo favorirli fuori dal tavolo, grazie ai rapporti diretti con i vertici del ministero che mi chiedevano continuamente di alloggiare migranti».
Ma quando la presidente del tribunale, Rosaria Ianniello, gli chiede perché la cooperativa La Cascina, direttamente collegata al Vicariato pagasse proprio lui, Odevaine non riesce a essere modesto: «A volte l’amicizia coi ministri non basta, ci vuole qualcuno che parli con l’amministrazione». Incalzato dalle domande della difesa di Buzzi, l’ex funzionario deve ammettere che il giro delle cooperative cattoliche era enorme, a loro avrebbe fatto vincere più di 200 milioni in appalti per la gestione del Cara di Mineo (a dicembre la procura di Catania ha chiuso un nuovo filone di inchiesta).
IL COMMERCIALISTA
Convince poco gli inquirenti – lui che per le versioni di comodo fornite ai pm si guadagnò la fama di lanciatore di pizzini – anche quando parla del suo commercialista, Stefano Bravo, che lo avrebbe aiutato a nascondere i pagamenti in contanti che riceveva. Odevaine prova inizialmente a dire che il commercialista non sapeva da dove venissero i contanti ma quando la procura snocciola le intercettazioni in cui i due incontrano i finanziatori e discutono di denaro, è costretto a rispondere: «Evidentemente queste cose le ho dette, visto che sono nelle intercettazioni, non lo ricordavo almeno non a livello di dettaglio. Gli ho accennato la necessità di nascondere i soldi che avevo ricevuto in nero, ma non ha mai avuto un ruolo attivo».
LA GIUNTA
Odevaine dipinge a tinte fosche anche l’epoca dei primi mesi dell’insediamento della giunta guidata da Gianni Alemanno. Spiegando che sebbene il sindaco gli avesse chiesto di restare per l’avvicendamento dopo le elezioni del 2008, dopo pochi mesi perferì lasciare: «Con la giunta Alemanno si era stabilito un accordo per cui ad ogni consigliere comunale vennero dati 400mila euro da spendere per eventi culturali. L’accordo fu preso dal sindaco Alemanno e dal capogruppo di minoranza Umberto Marroni». Odevaine non condivideva le prime nomine, e cita anche il nome di Raffaele Marra che «andò dall’ufficio di gabinetto al Patrimonio». Sempre il sindaco gli chiese di incontrare Riccardo Mancini e Vincenzo Piso, che avevano seguito la campagna elettorale e inizialmente puntavano a sostituire le cooperative di Salvatore Buzzi con altre vicine al centrodestra: «Alla fine, però, – conclude – trovarono un accordo».