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 2017  febbraio 02 Giovedì calendario

Parisse, una vita in mischia. «L’amore per l’azzurro mi fa andare oltre i limiti»

«Io quando indosso la maglia azzurra non lo so spiegare, però è un’altra cosa: sarà la responsabilità, il rispetto che ti trasmette. La metto, e provo delle sensazioni che mi fanno andare oltre i limiti».
Sergio Parisse, capitano, 121 presenze in Nazionale. Mai nessuno così.
«Voglio che con la maglia azzurra anche i miei compagni vadano oltre. Perché sconfiggere il Sudafrica era il sogno di una vita, ma 3 mesi fa è diventato realtà. Voi direte: pure vincere il Sei Nazioni è un sogno. Appunto».
Giuri che stavolta sarà diverso.
«Ci sono tanti giovani di talento. Italiani, nati o cresciuti rugbisticamente qui. Un gruppo entusiasta. E poi c’è Conor».
Conor O’Shea, il ct irlandese che sorride.
«L’energia, la positività che serviva. Finalmente. Ad agosto ci siamo visti per la prima volta a Parigi, in un caffè del centro. Tre ore di parole, di progetti. Di sogni. “Batteremo il Sudafrica”, mi aveva detto. Fatto. Ha le idee chiare, ha fiducia: è una boccata di ossigeno per tutto il nostro movimento».
Mica come Jacques Brunel, il francese dai baffoni tristi.
«Un uomo tranquillo. Pure troppo. Il finale dell’ultimo Sei Nazioni è stato il periodo più difficile della mia carriera: due ko pesanti in Irlanda e Galles, finiva un ciclo e abbiamo lasciato una brutta immagine. Io avevo alle spalle un mondiale da dimenticare: mi ero preparato benissimo, invece l’infortunio nell’ultimo match di preparazione e ho giocato solo un’ora. No, c’era bisogno di cambiare. Servivano nuovi stimoli, sapore di impresa e di battaglia: come piace a me».
Sì, però tutti gli anni è la stessa storia: poi tocca fare i conti col “cucchiaio di legno”.
«È la mia sedicesima stagione in Nazionale: ho esordito con Kirwan, che ha avuto il coraggio di schierare ragazzi come me, Castrogiovanni, Masi, Bortolami, Canale, Mirco Bergamasco. Sono diventato capitano con Mallett, uno cazzuto. Però una energia positiva così non l’avevo mai provata. Fidatevi».
A novembre è arrivata la storica vittoria con gli Springboks. E una settimana dopo, senza Parisse, il ko con Tonga.
«Abbiamo lavorato bene, siamo cresciuti tanto. Gente come Panico, Bronzini e Bisegni ha fatto esperienza. Sono arrivati Ruzza e Barbini, hanno qualità. E nella nostra testa, la rabbia per l’ultimo ko ha spazzato via l’euforia per il successo coi sudafricani: molto meglio così, credetemi».
Tre partite all’Olimpico (Galles, Irlanda, Francia), le trasferte d’Inghilterra e Scozia. Che Sei Nazioni sarà?
«Con l’Inghilterra favorita: una rosa di campioni che punta anche ai prossimi mondiali. Le riserve sono più forti dei titolari. Impressionante. E l’Irlanda: in estate ha battuto gli All Blacks, è abituata a giocare a livelli alti. La Francia sta ritrovando la sua tradizione. La Scozia potrebbe essere la sorpresa: pochi fuoriclasse (Hogg, Laidlaw) però una grande organizzazione che è conseguenza dei progressi dei club, in particolare Glasgow».
E il Galles: domenica, la partita d’esordio per l’Italia.
«In questo momento è forse la squadra meno in forma. Hanno 7-8 infortunati. Ma sono sempre il Galles, non so se mi spiego».
Gli azzurri non vincono all’Olimpico da più di 3 anni.
«Non ci basta essere competitivi. Vogliamo vincere. E farlo nella partita d’esordio. Una settimana dopo, con l’Irlanda, sarebbe tutta un’altra storia».
L’importante è che giochi Parisse, 33 anni. Ma fino a quando?
«Fino a quando non sarò più competitivo e non mi divertirò più».
Sembra Valentino Rossi.
«Anche io cerco sempre di migliorarmi. Fisicamente, tecnicamente. Osservo e studio, imparo. Ho uno stile di vita sano. E, come lui, obiettivi a breve termine».
La Coppa del Mondo in Giappone nel 2019?
«Sarebbe bello, ma oggi è così lontana. No, adesso penso allo Stade Français. Voglio chiudere a Parigi, ho un contratto che scade tra 4 anni. Ma soprattutto, penso alla maglia azzurra: voglio vincere. Ora».
Il Sei Nazioni, magari.
«Forse quando accadrà io sarò sul divano a guardarmi le partite in tv. Oppure succede tra un anno. O a fine marzo: chi può dirlo? Questa è un’altra Italia, giuro. E io sono un sognatore, uno che lo sa: prima o poi, i sogni diventano realtà».