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 2017  febbraio 02 Giovedì calendario

Fimmina rock. «Non toccatemi il festival sono una nazional-popolare». Intervista a Carmen Consoli

ROMA «Io sono nazional-popolare, non toccatemi Sanremo». Carmen Consoli martedì prossimo salirà sul palco dell’Ariston per duettare con Tiziano Ferro sul brano Il conforto. Sarà la sua quarta volta al Festival, la prima da superospite, «eppure già mi tremano le gambe», confessa.
Impegnata nelle prove per il tour acustico Eco di sirene che partirà il 25 da Belluno, la cantautrice siciliana risponde dalla sua casa al centro di Catania, un elegante palazzo che ha per larga parte trasformato in bed & breakfast: «Troppo grande per viverci da sole io, mia mamma e mio figlio Carlo. Così abbiamo deciso di avviare questa attività, quando posso me ne occupo io, ho appena fatto il check in ad un cliente».
Con Ferro avevate già scritto una canzone sette anni fa, ora però lei è solo interprete.
«Sì, non ho la capacità di scrivere canzoni di successo e questa infatti si sente dappertutto, mi riconoscono per la strada, una popolarità bestiale, altro che feste delle tarante: dopo questo pezzo sono diventata una rockstar. Di Tiziano mi attira la sua autenticità, è sempre autobiografico ma sa essere universale. Il conforto è un’empatia che ti porta a metterti nei panni di un’altra persona. Ma l’empatia oggi è un concetto impopolare, il narcisismo è aumentato in maniera esponenziale».
Ci si ascolta di più attraverso i social.
«Non li uso, questa piazza in cui ognuno esprime un giudizio mi toglie equilibrio, delego qualcuno che li usi per me, semmai leggo e rispondo ai messaggi e poi incontro qualche fan. Ho visto che oggi specialmente i rapper li usano moltissimo. Il rap dice oggi quello che un tempo diceva il rock. Si comunica così, ma io sono di una generazione diversa, preferisco la riflessione, la lentezza, l’incontro con il pubblico, la polvere del palco».
Per suo figlio ha scelto il suo secondo nome, Carla.
«In realtà Carla è il mio primo nome e infatti anche quando ho ricevuto l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica sul diploma c’era scritto Carla Carmen Consoli. Carla era il nome della mia adoratissima nonna veneta, la nonna sicula invece era Carmelina: essendo io nata e cresciuta in Sicilia non si poteva, c’era l’offesa: “’ Sta picciridda già l’hanno chiamata Carmen e non Carmela, almeno usiamo Carmen, non Carla”. Poi a furia di usare Carmen è successo che al liceo mi hanno dato un diploma con su scritto Carmen Consoli e così arrivata all’università non risultavo diplomata. Forse ho solo la terza media, meno male che sono Cavaliere».
Il suo nuovo album “L’abitudine di tornare” ha una veste acustica che questo tour esalterà.
«Ci sarà un po’ tutto il repertorio, non solo i nuovi brani: siamo una piccola formazione da camera, chitarra, violoncello e violino. Tre fimmini acustiche, il precedente tour ero in un trio di fimmini rock».
Che aria tira in Sicilia per la cultura?
«Florida come sempre, in continuo fermento, una creatività per non subire l’eterna mortificazione della mancanza di lavoro, volare con la testa anche se lavori in un call center e magari hai una laurea. Ovviamente la Catania degli anni 90 era molto diversa, s’investiva ancora sulla cultura perché la si considerava una risorsa economica. Poi arrivarono le tre I, Internet, Inglese e Impresa, e si dimenticò la C di cultura. Per la musica tutto si è ridotto ai talent o a Sanremo, non ci sono più finanziamenti per altro».
Questo ha qualche riflesso anche sulla musica d’autore?
«Una volta i testi dei cantautori avevano un bellissimo sviluppo, c’era intro, svolgimento, finale, oggi le nuove generazioni si affezionano agli slogan più che al senso globale di una canzone, come se non ci fosse più il tempo per seguirla come si dovrebbe. Ormai un artista non deve solo lavorare bene, ma anche difendere ciò che fa e il modo in cui lo fa. Non riguarda solo l’arte ma l’evoluzione dell’uomo in generale: nessuno ha più voglia di ascoltare l’altro».
Nelle sue canzoni lei hai sempre ruotato intorno al tema dei rapporti interpersonali e nella famiglia.
«A famigghia, certo. La famiglia che non deve mai lavare i panni sporchi in pubblico, almeno al Sud è così. Deve apparire sempre perfetta e invece all’interno è un inferno. Al fondo c’è il tema dell’inganno, del non avere la forza di prendersi responsabilità e affrontare le cose».
Per questo ha scelto di avere un figlio da single?
«In realtà io avrei aspettato ancora per trovare il compagno giusto, ma c’è un’età biologica. E in Sicilia della mia famiglia siamo rimaste solo io e mia madre. Mio figlio, tra me e lei, è super contento, poi ci sono i miei amici, i musicisti e Catania che non ti lascia mai sola».
Non avrà seguito l’indicazione di suo padre, come ha raccontato una volta?
«Sì, mi diceva non mi portare principi consorti in casa. Mio padre era in realtà realista, diceva: quanto vuoi che duri una storia?».
In “Ottobre” parla di un rapporto omosessuale in prima persona. Qualcuno potrebbe pensare a qualcosa di autobiografico.
«Uso la prima persona in tutte le mie canzoni, è il mio stile. Sono sempre stata molto chiara sull’amare un uomo o una donna: non m’interessa fare distinzioni, ma la storia di quella canzone non l’ho vissuta personalmente. In Ottobre si parla di dover nascondere qualcosa in un Paese arretrato. L’intolleranza è una bestia devastante».