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 2017  febbraio 02 Giovedì calendario

Notizie false dai grandi media. Intervista a Luigi Curini

Luigi Curini va controvento su Donald Trump. Classe 1972, professore di Scienza della politica della Statale di Milano, Curini è grande esperto di big data con la sua Voices of the Blogs, spin off dello stesso ateneo che usa i social network per leggere l’umore degli elettorati, tanto che, come i lettori più attenti ricorderanno, predisse la vittoria di Trump due mesi prima. Il politologo, da giorni, tuitta in direzione ostinata e contraria al mainstream antitrumpiano: dove tutti si agitano scandalizzati, lui invita a guardare bene. Lo incontriamo in un bar di Piazza Cordusio, a Milano, a due passi dalla sede Unicredit, percossa da notizie di crisi. Curini arriva in moto, sorbisce un bicchiere di Montepulciano, racconta di come gli piaccia insegnare una volta all’anno alla Waseda University di Tokyo, mostra orgogliosamente la foto di suo figlio nemmeno duennne, e poi spiega amabilmente il suo punto di vista.
Domanda. Professore, lei su Twitter ha parlato di una lievitazione della fake news, di notizie farlocche, nell’attacco a Trump. Ne è proprio sicuro?
Risposta. Faccio un passo indietro.
D. Prego.
R. Perché le fake news stanno crescendo esponenzialmente anche nei media e non solo in Rete. Perché siamo in un momento di fast news, ossia di notizie veloci. La concorrenza, con i social, è diventata spietata, c’è una pressione folle sui giornalisti, è la corsa è a uscire prima.
D. E che cosa accade?
R. Succede che c’è meno tempo di controllare le fonti e, inevitabilmente, si selezionano quelle vicine alla propria sensibilità e a quella dei propri lettori, giudicandole affidabili a priori. Questo, inevitabilmente, aumenta la proprietà di produrne di più. Più che Trump, il caso di scuola è quello nella strage della moschea in Quebec.
D. Spieghiamolo, professore.
R. È di scuola perché coinvolge destra e sinistra. Il primo a spararla grossa su quell’attentato è il Daily Beast, giornalone online americano, orientamento liberal, con otto milioni di follower su Twitter, non so se mi spiego.
D. Una corazzata. Ricordiamo che cosa ha combinato?
R. A un paio d’ore dall’attentato, parla di due sospetti. E che sospetti!
D. Due razzisti.
R. Due «supramatisti», ossia quelli che teorizzando la superiorità della razza bianca, un giornalista e un blogger simpatizzante di Trump. Mette i loro nomi, nero su bianco.
D. A quel punto, la notizia, rivelatasi poi falsa, decolla.
R. Sì, quando il Daily Beast sarà costretto a scusarsi, poche ore dopo. Ormai la fake news aveva fatto il giro del mondo. Perché molti giornali, siti, emittenti d’area liberal l’avevano rilanciata. Suonava bene.
D. Come suonava bene?
R. Beh, certo. C’era il bando definito “anti musulmani”, sul quale torniamo dopo, se vuole, e due bianchi suprematisti erano perfetti.
D. Successe così anche per la strage di Natale di Berlino, ricorda?
R.Esatto. Cominciarono a venire fuori ritratti di improbabili neonazi polacchi.
D. E invece era un cittadino tunisino.
R. Precisamente. Nel delirio era accaduto che un giornalisti del Daily Beast aveva preso la notizia in un account falso di Reuters. Ma il bello che c’era scritto: “parody account”, ossia profilo
D. Pazzesco. Ma poi è spuntata la pista degli islamisti.
R. Sì, perché. In siti o account Twitter del mondo della destra, si è cominciato a dire che uno degli attentatori si chiamava “Mohamed”. Anche in questo caso, suonava bene: era di nuovo l’effetto Berlino. Fox News, un gigante informativo molto orientato a destra, rilanciava la voce e patatrac.
D. Arrestato è, per adesso, un franco canadese.
R. Già, e siccome su Twitter seguiva Trump, Marine Le Pen e il profilo ufficiale dell’esercito israeliano, Tshal, ecco che qualche autorevole tuittatore italiano s’è sentito in dovere di dire che quelli erano i mandanti morali.
D. Un mondo di matti.
R. Due storie speculari, una a sinistra e una a destra. Solo che il mondo informativo e social della prima è molto più grande di quello della seconda.
D. Che c’è da imparare, professore?
R. Siamo in presenza di un meccanismo pericoloso: genera bolle che si autosostengono. Accade che i liberal, usando la categoria americana, pubblicano i contenuti liberal, ossia scrivono o dicono quello che il loro pubblico vuol sentirsi dire.
D. Lei ha fatto uno studio, con alcuni colleghi su questo, mostrando che accade soprattutto nei giornalisti orientati a sinistra. Ma veniamo al Muslim ban, alle restrizioni per l’accesso degli islamici negli States. Che cosa ha osservato?
R. Molte cose false sono state scritte e dette e sa perché?
D. Perché?
R. Perché Trump non è affrontato come un problema politico ma prima di tutto morale. Un po’ come era Silvio Berlusconi da noi, quando nel 1994 comparve all’orizzonte. Siccome è un reprobo, con Trump si adotta una doppia morale, senza farsene problema.
D. In che senso?
R. Prenda proprio il Quebec. Quelli che invitano sempre a non generalizzare quando l’Isis compie gli attentati...
D. Nel senso che invitano a non incolpare tutti i musulmani?
R. Esatto. Proprio loro, siccome l’attentatore è un bianco fanatico, lo addebitano dritto dritto al presidente degli Stati Uniti. Esempio tipico di doppia morale. Oppure, sempre per stare a Trump...
D. Per stare a Trump?
R. Si ricorda, quando durante il terzo dibattito televisivo disse che non sapeva se avrebbe riconosciuto la vincitrice se fosse stata Hillary Clinton?
D.Certo. Venne giù il mondo.
R. Giusto. Pensi a quante volte, ogni giorno, dopo la vittoria di Trump, è stato detto che il voto fosse stato taroccato, trigged dicono gli americani, forse con l’influenza di Vladimir Putin. Doppia morale, again. E che dire del muro col Messico?
D. Mario Sechi è uno dei pochi, per esempio, che ricorda come fosse stato Clinton ad averne costruito un bel pezzo e che, ad approvare la costruzione di un altro grande lotto da parte di George W. Bush...
R....fossero stati 34 senatori americani fra i quali una certa Clinton e un certo Barack Obama, certo. Le dico di più: i sette Paesi del bando, li aveva già individuati l’amministrazione democratica uscente, dopo la strage di San Bernardino nel 2015. Non fece un bando, ma dette una forte restrizione.
D. Questa me l’ero persa. Mi ricordavo che il bando ci fosse stato contro l’Iraq, nel 2011, sempre sotto Obama, e della cosa non si fosse interessato nessuno. Così come, sempre ascoltando Sechi, avevo appreso che i rifugiati siriani Obama li avessi accolti col contagocce fino al 2015, meno di uno al giorno.
R. Infatti. E un esempio di doppia morale sta nella stessa definizione di muslim ban.
D. Non lo è?
R. Ma certo che no. Perché allora non è stato impedito alla minoranza di francesi di religione islamica di entrare? E perché solo sette Paesi? Perché non l’Indonesia, per esempio, uno dei più grandi? O il Pakistan? E poi, mi scusi, visto che il 10% dei siriani è cristiano, bloccare tutti i profughi di quel Paese è una cosa contro i musulmani? In verità...
D. In verità?
R. Sei di quei sette Paesi, ossia tolto l’Iran, vengono considerati in letteratura politologica come «tecnicamente falliti», ossia non ci sono più standard statuali accettabili. Significa che non c’è controllo alle frontiere, non c’è stato di diritto, attività di polizia ecc. E poi vogliamo dirla tutta?
D. Siamo qui per questo.
R. C’è un jewish ban, un bando degli ebrei, che non scandalizza nessuno. I cittadini israeliani non possono entrare in nessuno dei sette stati (tranne la Somalia) di cui si parla. Eppure nessuno è sceso in piazza. O le risulta il contrario?
D. No, affatto.
R. Eppure l’Onu s’è mobilitata contro il supposto muslim ban che con gli islamici non c’entra. Siamo di nuovo al doppio registro.
D. C’è molta approssimazione in questo antitrumpismo, ma che ne pensa di Trump?
R. Trump mi pare che si sia mosso sinora in maniera più che discutibile e inefficace, sia ben chiaro, qualcuno potrebbe anche dire disastrosa, ma più che a lui, penso a quel che resterà dopo di lui.
D. Ossia?
R. Questa gente che manifesta in strada, questi che urlano «he’s not my president» sta delegittimando le istituzioni americane e questo è pericolosissimo. Quando, fra quattro anni, Trump potrà essere anche non rieletto, cosa resterà? E se fossero poi i repubblicani a delegittimare il prossimo presidente democratico? Rileggiamoci Noam Chomsky, John Austin oppure Jurgen Habermas.
D. Vale a dire?
R. Vale a dire che le «parole producono cose». È il loro «potere performativo», si potrebbe dire, usando una espressione cara ai filosofi. Se lo chiami muslim ban, lo diventerà davvero. Le parole creano una loro propria realtà. E le loro conseguenze.
D. Scusi Curini ma lei, prima, ha detto che, “fra quattro anni”, qualcuno potrebbe succedere a Trump. Vuol dirmi che è convinto che un impeachment non scatterà, prima o poi?
R. Guardi che le regole costituzionali americane sono chiarissime. Quel provvedimento può essere richiesto solo se un presidente infrange la legge. Nixon lo sfiorò, perché si dimostrò che gli scassinatori del Watergate erano riconducibili ai suoi. Idem Clinton sull’affare Monica Lewinsky.
D. E non certo per quello che avveniva nella Sala Ovale.
R. Esatto. Ma perché mentì sotto giuramento di fronte al Congresso. Trump può anche sbagliare ad applicare una legge o un provvedimento, ma è un tema di interpretazione normativa, non di violazione. Lo hanno votato e se lo terranno per quattro anni.