la Repubblica, 2 febbraio 2017
Case sparite e 32 nuovi alberi. I fantasmi di via Ponchielli, la strada mangiata dal fuoco
VIAREGGIO La cisterna con la pancia squarciata è ancora lì, parcheggiata di lato alla stazione, a cinquanta metri dal cartello Viareggio. Ingabbiata sotto una tettoia, circondata da una rete, protetta da un telo scuro come un ricordo che può far male. È assediata dalla ruggine e dai rovi cresciuti lungo una strada di passaggio e periferia. La magistratura non ha revocato il sequestro così, da sette anni e sette mesi, il carro simbolo della tragedia del 29 giugno 2009, il carro che deragliò seminando morte con i suoi 40mila litri di Gpl sparsi nell’aria, è rimasto dove venne portato qualche giorno dopo. Non un’insegna, non una targa, un baluardo nascosto. Lo si potrebbe scambiare per un pezzo di archeologia ferroviaria.
È successo tutto in questo fazzoletto geografico di strade parallele ai binari. Dalla cisterna a via Ponchielli c’è soltanto un rettilineo. Ma via Ponchielli non sembra più la stessa. È stata ricostruita, riordinata, le facciate delle case sono pulite e fresche di vernice, hanno colori che vanno dal giallo canarino all’azzurro pallido. Pochi di quelli che ci stavano la notte della strage sono tornati a viverci. Non Marco Piagentini che ha perso due figli e la moglie: «Non ce la facevo nemmeno col pensiero». Non i genitori di Federico Battistini (32 anni): «La casa era distrutta, abbiamo venduto il terreno». Non molti altri. Tanto che il Comune di Viareggio si è trovato proprietario di due fondi e tre appartamenti che sta assegnando ora a canoni agevolati a giovani famiglie.Eppure il posto non sembra più quello che era: è sparita la fila di case del primo Novecento affacciate alla ferrovia, sono stati eliminati due binari e creata una pista ciclabile e grandi aiuole in cui l’anno scorso hanno piantato trentadue alberi, uno per ogni vittima. Le piante sono ancora piccole e incerte. Accanto c’è una scultura in marmo, una serie di mattoni accatastati con i nomi di chi non c’è più. Alfredo Barsanti, 70 anni, è fra quelli che ha preferito tornare a vivere in via Ponchielli: «Ma non è stato facile – ammette –, ci hanno aiutato gli psicologi». Erano in casa, lui e la moglie quella notte: «Avevamo il fuoco intorno, bruciavano le tapparelle, scoppiavano i vetri…». Si ferma, chiude gli occhi: «Conoscevo tutti nella strada, lì avanti abitava la famiglia Orsi, prima Andrea, Alessandro...». Altro campanello, civico 30, si apre una porta: «Non voglio ricordare niente – dice un uomo – Siamo tornati qui come in convalescenza, ogni volta che sento un fuoco d’artificio mi prende la paura. Non può capire quanto ci facciano male le immagini di quella notte».
Il Comune di Viareggio ha investito nella ricostruzione delle case oltre 900mila euro, un milione e mezzo per la bonifica e lo spostamento dei binari. Altri milioni per edifici intorno e aree verdi attrezzate. Il muretto che gli abitanti chiedevano in una lettera del 2001, alle «spettabili Fs», le ferrovie l’hanno costruito dopo l’incidente. Alla fine della strada c’è poi un giardinetto, «Il parco degli Angeli» e la «Casina dei ricordi», prefabbricato realizzato dagli amici di Andrea Falorni (50 anni) e Maria Luisa Carmazzi (49). «Volevamo che restasse la memoria di quello che è accaduto» spiega Giuliano Vandoni, presidente dell’Associazione Tartarughe Lente. Qualcuno, a turno, ogni 29 del mese, alle 23,48 (cioè all’ora della strage) viene a suonare la campana sotto la bandiera a lutto: «Ce l’ha regalata il padre di un ragazzo che prendeva sempre la passerella che è stata disintegrata nell’esplosione. Quella notte lui pensava di aver perso il figlio e invece per un caso – un cinema all’ultimo momento – si è salvato». Nella casina c’è un telefono colato, un cucchiaino fuso, un giubbotto da centauro ripreso dalle macerie, altri oggetti: «li abbiamo recuperati dalle case e spiegano meglio delle parole cosa è passato per di qua» dice Giuliano. Sono tutti volontari quelli che tengono in ordine le fotografie, i ritagli dei giornali, quelli che spolverano i cartelli «Viareggio non dimentica». Poi c’è chi, dopo la sentenza che condanna 23 dei 33 imputati al processo – pene ridotte rispetto alle richieste dell’accusa – viene a mettere un pensiero su un quaderno: «I vostri assassini scontano solo sette anni...». Oppure: «Ci mancate». O «Quanto costa la nostra vita? Poco se siamo ridotti a questo... intanto il mondo va avanti e sembra non sia cambiato niente» scrive Ines e si firma «una superstite».