la Repubblica, 2 febbraio 2017
«Noi candidati a nostra insaputa». A Napoli va in scena la politica delle beffe
NAPOLI Scippati della propria identità, inseriti in una lista a loro insaputa alle ultime amministrative di Napoli, e poi richiamati dalla Corte d‘Appello a “rendicontare” le spese della campagna elettorale. Per una corsa mai sostenuta. Fino alla legittima e tragicomica minaccia della giustizia: se non ti metti in regola, rischi una multa fino a 100mila euro. C’è la perfetta trama di una commedia demenziale, in questa foto della politica italiana al sud. Che esplode come l’ennesima bomba in casa Pd, dopo la débâcle partenopea del giugno scorso.
I casi finora accertati di “candidati fantasma” sono nove. Tutti sotto la lente della Procura di Napoli, che ormai ha aperto un fascicolo e inviato la Guardia di Finanza ad acquisire elenchi e documenti negli uffici elettorali del Comune. Ma sette su nove riguardano in particolare la lista “Napoli Vale”, la civica dell’ex candidata sindaco Pd, la deputata democrat Valeria Valente. Che, naturalmente, si ritiene «parte lesa e totalmente estranea ai fatti». E che, anche a sua tutela, potrebbe essere ascoltata come teste dagli inquirenti.
Storie da ridere, e piangere. Storie di persone lontanissime da intrighi e comizi. Una ragazza affetta da sindrome down, di 23 anni, Federica. Una nonnina di 85, Maria Coraggio, col cognome perfetto per questa débâcle paradigmatica della “politica dal basso”. E ancora: la colf italiana Vincenza, la commerciante Claudia. E, soprattutto, l’avvocatessa Donatella Biondi. Candidati “ufficiali” che per età, scelta o condizione non hanno raccontato bugie o nascosto ambizioni, non sono mai stati tentati dalla militanza, tanto meno dalla discesa nell’agone politico. Eppure erano lì: in corsa per il Comune. Sette con la Valente. La pensionata Maria con l’ex candidato Marcello Taglialatela. E un altro, C., con la lista Pensionati in appoggio alla corsa dell’ex aspirante sindaco Lettieri.
«Io non faccio mica politica, faccio le battaglie civili quelle sì, quindi io non dovevo essere lì dentro», ti sorride calma Federica, disabile per le categorie del welfare (inesistente), non per quelle della politica. Lucidissima e un po’ anche divertita, in mano il cellulare con cui invia cuoricini agli amici, Federica – figlia di due riservatissimi professionisti della Napoli borghese – è anche perfetta aiuto-pizzaiola due volte al mese in un accogliente locale in zona collinare. C’era anche lei ieri con sua madre Francesca, alla presentazione della denuncia formale alla polizia. «Noi facciamo le manifestazioni con Toni (Nocchetti, il presidente dell’associazione per la tutela dei loro diritti Tutti a scuola, ndr). Lui sta sempre con noi, mica facciamo le elezioni o il sindaco». E Maria Coraggio: «Candidata alla mia età? Ma neanche se me lo chiedeva Gesù, che mi è caro più di tutto. Io a 85 anni a stento esco di casa, ogni tanto».Anche più inquietante e dettagliato il racconto che in queste ore affida a Repubblica l’avvocatessa Donatella Biondi.
«Io non potevo credere ai miei occhi quando ho ricevuto la diffida del collegio dei garanti che mi chiedeva la specifica delle spese elettorali. Ma quali spese? Nei primi minuti, ero certa che si trattasse di un caso di omonimia, poi controllo i dati: lì c’era proprio la mia data di nascita. A quel punto, flashback: mi viene in mente che un amico, nei mesi delle elezioni, mi aveva contattato sapendo che ero candidata con la Valente. Dissi che si trattava di un’altra col mio nome e cognome, ma lui provò a insistere, un’amica aveva fatto presente che ero proprio io. Rimossi quel particolare. Non stava né in cielo, né in terra. Non ci pensai più». Ma il dato significativo, per Donatella – e probabilmente per gli inquirenti – è ciò che accade dopo. «Una volta scoperto questo falso, torno a contattare quel mio amico, mi procuro un numero della segreteria della Valente, spiego la circostanza e mi viene detto che potevo dichiarare alla Corte di Appello di non aver mai sostenuto spese elettorali».
Solo che Donatella è una cittadina che non ha nulla nascondere. In più, è un avvocato. Quindi. «Mi sono detta: ma perché devo dichiarare il falso? Così, sono andata in Corte di Appello e ho scritto che non avevo autorizzato a nessuno alcuna mia candidatura, e che sarei andata fino in fondo». La sua ricerca della verità, tuttavia, incappa in un altro “suggeritore”. Continua l’avvocatessa: «A un certo punto mi contatta qualcuno della segreteria della Valente, un uomo. Ci incontriamo in pieno centro, parliamo. E lui mi dice che posso anche dire alla Corte di Appello che non ho speso nulla per la mia corsa elettorale. E mi dà il modulo prestampato, che inserisce in una busta sulla quale compare l’intestazione “Camera dei deputati”». Una testimonianza, quella dell’avvocatessa, acquisita agli atti dal pm Sefania Buda e dal procuratore aggiunto Alfonso D’Avino. Storie da mille e uno scandalo. Siamo nella Napoli che aveva già vissuto le (seconde) primarie avvelenate da accuse incrociate di voto di scambio, e nella stessa città dove qualcun altro del centrosinistra – sempre stando ad atti giudiziari appena depositati – costruiva dossier contro il sindaco uscente Luigi de Magistris. Fili di una commedia opaca. Quasi marcia.