Corriere della Sera, 2 febbraio 2017
Travolse sua moglie. Dopo sette mesi lo uccide con 4 colpi di pistola
«Maledetti me lo avete ucciso». L’urlo, straziante, del padre di Italo D’Elisa, chino sul ragazzo freddato con quattro colpi di pistola di fronte al bar, Drink Water, chiude nel peggiore dei modi l’ultimo atto di una tragedia iniziata il primo luglio scorso. Nel sangue. Quella sera, Roberta Smargiassi, una ragazza di 33 anni, solare, una cascata di riccioli bruni e un largo sorriso, passava in motorino ad un incrocio. Per lei era verde. Ma una Fiat Punto passa col rosso e la travolge. Lei finisce contro il semaforo. Muore poco dopo. Era la moglie di Fabio Di Lello, calciatore dilettante, proprietario della panetteria più famosa di Vasto. A ucciderla, per una disattenzione, al volante della Punto, era stato Italo D’Elisa. Ieri il terribile regolamento di conti. Fabio ha ucciso Italo e poi è tornato al cimitero sulla tomba di Roberta. Non c’era giorno che non ci andasse. Stava lì. Parlava con la donna che aveva sposato nell’ottobre del 2015. Piangeva per la sua morte. E le prometteva giustizia. Ma la giustizia che desiderava non arrivava. Italo era stato accusato di omicidio stradale, ma non era finito in cella.
L’avvocato del ragazzo, Pompeo Del Re, in uno scontro sui social con la famiglia rivendicava che Italo non era un «pirata della strada. Pur essendo anch’egli ferito e gravemente scosso, non ha omesso soccorso, ma ha immediatamente allertato le autorità e chiamato il 118». Ma la famiglia di Roberta trovava inaccettabile che né lui, né i genitori avessero chiesto scusa. Vasto si era stretta intorno a Fabio, il panettiere. Manifestazioni, fiaccolate, partite di calcio. Una campagna di solidarietà che voleva essere anche un atto di accusa contro la Procura che lasciava a piede libero il killer.
Perché? Lo spiega il procuratore capo di Vasto, Giampiero Di Florio: «Il ragazzo era incensurato, non aveva assunto stupefacenti, né alcolici. La polizia giudiziaria ha ritenuto che non ci fossero gli estremi per chiederne la custodia cautelare. D’altra parte – aggiunge il pm – se lo avessimo arrestato, sarebbe stato scarcerato perché non c’erano esigenze tali da farlo rimanere in carcere». Le indagini però erano concluse. C’era già stata la richiesta di rinvio a giudizio e si attendeva l’udienza preliminare fissata per il 21 febbraio.
«Avevamo concluso gli accertamenti in tempi contenuti. Ma l’idea di farsi giustizia da sé ha prevalso» aggiunge il procuratore, che parla di «tragedia nella tragedia». Un omicidio certamente premeditato: «L’uomo che ha compiuto questo gesto non era un vigilante o una persona che avesse a portata di mano una pistola. Se l’è procurata per andare a vendicarsi. Ha aspettato il ragazzo al bar dove andava di solito e gli ha sparato». Forse perché non sopportava vederselo davanti libero? «Lo avrebbe fatto anche se si fosse trasferito a Roma o a Milano». Magari se avesse saputo che l’indagine non era finita nel nulla... «Sarebbe stato sufficiente? Quando si perde l’equilibrio ogni scusa è buona».
Le ultime fasi le stanno ricostruendo i carabinieri. Fabio ha raggiunto Italo. C’è chi li ha visti scambiarsi battute. Chi ha sentito 4 colpi. Poi ha chiamato un amico per dirgli che aveva ucciso l’assassino di sua moglie. Quindi ha telefonato al suo avvocato e ai carabinieri che l’hanno interrogato tutta la sera. È in stato di fermo e viene sorvegliato a vista, per paura che si uccida. Anche se Fabio la pistola non l’ha tenuta con sé. L’ha lasciata sulla tomba di Roberta nel segno della sua vendetta compiuta.Virginia Piccolillo
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Erano i primi giorni di giugno del 2014. Fabio Di Lello aveva deciso di smettere per davvero. Aveva trent’anni. Negli ultimi sette si era diviso tra il pallone e il forno di famiglia. Si occupava di pizze, pane e cornetti, impastava e curava le teglie. Lavoro dalle 22 alle 8 del mattino, poi a dormire. Sveglia alle 15, allenamento alle 19. Senza soluzione di continuità.
Erano due stipendi, ma era anche una gran fatica. «Smetto, perché voglio avere una famiglia tutta mia». Il momento di dire basta non è mai facile, per un calciatore e in generale per un atleta. Di Lello era una gloria locale. Aveva cominciato che aveva cinque anni, raccattapalle nella San Paolo calcio, a sua volta una istituzione del calcio abruzzese. Prima in difesa, poi l’allenatore dei portieri ebbe una intuizione e lo spostò in avanti. Divenne bomber, etichetta alla quale teneva molto, anche se non ha mai segnato tanto, e fece il giro dell’oca delle categorie minori, Pro Vasto, Casoli, Virtus Cupello, Vasto Marina. A 18 anni debuttò in serie D, aveva ricevuto offerte per salire più in alto. Rifiutò, per aiutare il padre con il forno, accettando lo status di calciatore dilettante, per quanto ben retribuito. Nel 2012 aveva già provato una volta a ritirarsi, ma era stata la sua nuova fidanzata, Roberta, a rispedirlo in campo, con l’aiuto della bilancia. Era arrivato a pesare quasi cento chili.
La scelta dell’estate 2014 era definitiva. Era una promessa. E le stava mantenendo tutte, dal matrimonio ai viaggi, sempre in coppia, prima la Turchia, poi gli Stati Uniti, ma anche la Sardegna. «Ogni partenza da soli era un regalo che uno faceva all’altro», dice al telefono un suo amico ed ex compagno di squadra. Il resto sono frasi di circostanza, erano così tranquilli e belli, non si separavano neanche la sera, lei aveva cominciato a lavorare nel panificio del suocero per stare vicino a lui, pensi che andavano anche a far la spesa insieme, al centro commerciale. «Negli ultimi tempi erano diventati molto riservati, perché si bastavano».
I nostri cuori, dice una vecchia poesia, rispondono a stelle che non vogliono saperne di noi. Così la notte del primo luglio 2016 lo aveva chiamato al forno Nicolino, il papà di Roberta. Vieni in ospedale, c’è stato un incidente. Era già tutto finito. Ma non aveva avuto il coraggio di dirglielo.
All’incrocio tra corso Mazzini e via Giulio Cesare era finita la vita di sua moglie, e qualcosa si era spento dentro Fabio Di Lello. Da quel giorno non aveva più dato segni di reazione. Andava tutti i giorni al cimitero. Aveva chiesto e ottenuto che ci mettessero davanti una panchina, per tutte le persone che volevano rendere visita a Roberta. Il 16 luglio, due settimane dopo, aveva partecipato alla fiaccolata per lei, organizzata dai suoi amici per evitare che sulla vicenda scendesse il silenzio. Avevano parlato soltanto loro. Fabio era rimasto in silenzio. «Ci sembrava sempre più vuoto». Con quella manifestazione era cominciato anche qualcos’altro. La legittima richiesta di giustizia si era trasformata in manifesta sfiducia nella legge, disillusione, rassegnazione al peggio, infine in odio. Di Lello era finito dentro questo contenitore, forse colmo di buone intenzioni, ma dai miasmi mefitici. Il suo vuoto si era riempito, di pensieri sempre più cupi.
Il clima intorno a questa tragedia si era fatto orrendo. Alla fine di dicembre, mentre la Procura stava chiudendo le indagini, anche tra il legale della famiglia di Roberta e quello del presunto responsabile della sua morte erano saliti i toni a mezzo stampa, in un crescendo di accuse e insulti reciproci.
Il 5 gennaio era dovuto intervenire il Consiglio dell’ordine degli avvocati di Vasto, richiamando i suoi due associati «a criteri di equilibrio e misura e al rispetto di discrezione e riservatezza», criticando «la spettacolarizzazione del processo, ancora più inopportuna nella fase successiva alla chiusura delle indagini, che non aiuta i cittadini a comprendere le dinamiche del fatto».
Fabio Di Lello credeva di aver capito tutto, invece. Non si aspettava più nulla dagli altri. Ha lasciato la pistola sulla tomba di sua moglie. È andato in caserma. «Calmissimo, persino gentile» dicono i carabinieri. Ha provato a spiegare, anche se le parole non sempre possono spiegare. Poi si è lasciato ammanettare, non più spettatore, ma incorporato al disastro. E convinto che nessun altro viaggio abbia più importanza.