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 2017  febbraio 02 Giovedì calendario

Forse ha ragione Ernesto Galli della Loggia che qualche giorno fa, sul Corriere della Sera, ha scritto che Renzi, dopo la batosta del 4 dicembre, avrebbe fatto meglio a ritirarsi da tutto - Palazzo Chigi e segreteria del Pd - lasciando ai suoi carissimi nemici il compito di farci vedere che cosa sanno fare, niente comizi, niente interviste, silenzio assoluto e buon ritiro a Pontassieve lasciando al massimo che i fotografi continuassero a immortalarlo con le buste della spesa al supermercato

Forse ha ragione Ernesto Galli della Loggia che qualche giorno fa, sul Corriere della Sera, ha scritto che Renzi, dopo la batosta del 4 dicembre, avrebbe fatto meglio a ritirarsi da tutto - Palazzo Chigi e segreteria del Pd - lasciando ai suoi carissimi nemici il compito di farci vedere che cosa sanno fare, niente comizi, niente interviste, silenzio assoluto e buon ritiro a Pontassieve lasciando al massimo che i fotografi continuassero a immortalarlo con le buste della spesa al supermercato. In quel modo, senza governi fotocopia e amici che gli tengono caldo il posto, avrebbe messo nei guai un po’ tutti e a un certo punto, non riuscendo a uscire dai guai in cui s’erano ficcati da soli, i carissimni nemici sarebbero stati costretti a supplicarlo di tornare. Così, diceva più o meno Galli della Loggia, si sarebbe comportato un vero statista. Invece...

Invece?
Invece Renzi è rimasto im campo, però sempre con l’aria di essere vincitore, nonostante avesse subito ammesso la sconfitta. Di fatto, il nostro ex premier ha sposato la tesi - discutibile - che il 40% dei Sì fosse suo, e che sarebbe bastato un turno elettorale per far capire a tutti quanto consenso lo circondava nel Paese. Al voto! Al voto! ha gridato quasi subito rilanciando il vecchio Mattarellum - di cui Berlusconi non vuole neanche sentir parlare - e poi accettando in pieno la sentenza della Corte costituzionale che ha riproporzionalizzato il sistema. Al voto! Al voto!, se non ad aprile, almeno a giugno (giorno 11).  

Gliel’ho ricordato un’altra volta: non è Renzi a sciogliere le Camere, ma Mattarella. E Mattarella, mi pare, le Camere non le vuole sciogliere.
Ieri s’è fatto avanti anche il presidente emerito Napolitano, fino a pochi giorni fa forte sostenitore del leader fiorentino. Senta qua: «Nei Paesi civili alle elezioni si va a scadenza naturale e a noi manca ancora un anno. In Italia c’è stato un abuso del ricorso alle elezioni anticipate. Bisognerebbe andare a votare o alla scadenza naturale della legislatura o quando mancano le condizioni per continuare ad andare avanti. Per togliere le fiducia ad un governo deve accadere qualcosa. Non si fa certo per il calcolo tattico di qualcuno». Le parole di Napolitano sono state provocate dalla notizia di un patto tra lo stesso Renzi, Grillo e Salvini per forzare l’estensione al Senato della legge elettorale della Camera, quale risulta dopo le correzioni della Consulta. Cioè con i capilista bloccati e lo sbarramento al 3%.  

Che cosa sono i capilista bloccati?
Ecco, questo è il punto su cui si sta spappolando il Pd. La Corte costituzionale, nell’esaminare ed emendare l’Italicum, ha lasciato in vigore però la regola dei capilista bloccati. Quando, nell’elezione per la Camera, si presenteranno le liste, ogni lista avrà un primo nome scritto in alto e qualificato come capolista. Se la lista avrà diritto a un seggio, quel seggio andrà comunque al capolista, anche se qualcun altro nella lista avrà avuto più successo di lui. Il capolista cioè sarà il primo a essere eletto.  

Ma è giusto?
Il punto, adesso, non è questo. Il punto è che le liste le prepara il segretario, il quale avrà a disposizione cento poltrone da distribuire e certamente preferirà distribuirle agli amici suoi piuttosto che a Bersani, Gotor, Speranza e agli altri che gli fanno la guerra. E infatti da sinistra verso Renzi è cominciato un cannoneggiamento impressionante che si direbbe - anche se molti commentatori politici non ci credono - preparatorio della famigerata scissione.  

Che cosa stanno facendo questi della sinistra Pd?
Il leader indiscusso degli anti-renziani è Massimo D’Alema, il quale ha trasformato in movimento politico i vari comitati del No che vinsero il referendum, vuole aggregarli in un nuovo movimento che si chiama “Consenso” e ha già annunciato che sondaggi commissionati da lui stesso accreditano a una forza a sinistra del Pd un 10-14 per cento. Abbastanza per essere determinanti. Fino a ieri a questo schieramento mancava ancora Bersani, che ha continuato ostinatamente a ripetere che lui, la battaglia per un Pd davvero di sinistra, vuole continuare a condurla dentro il partito. Ieri però s’è lasciato intervistare dall’Huffington Post e ha detto: «Se Renzi forza, rifiutando il Congresso e una qualunque altra forma di confronto e di contendibilità della linea politica e della leadership per andare al voto, è finito il Pd. E non nasce la cosa 3 di D’Alema, di Bersani o di altri, ma un soggetto ulivista, largo, plurale, democratico». Parole che fanno capire che il progetto alternativo è piuttosto avanti e che il nuovo Prodi, indispensabile alla formazione di uno schieramento ulivista, cioè con tutti dentro, è stato individuato. Anzi, per dirla chiara, si trova già a Palazzo Chigi.