Guerin Sportivo, 1 febbraio 2017
La mia vita: sci, carabina e mascara
Dorothea Wierer, bronzo olimpico nel biathlon a Sochi 2014, è una ragazza di 26 anni con gli occhi azzurri che abbagliano e il sorriso che ti cattura. Se la incontri per strada, magari con ai piedi una delle tante scarpe con il tacco che possiede e ama, mai e poi mai potresti immaginare che si allena decine di ore al mese con gli sci ai piedi, la carabina a tracolla e... il mascara agli occhi. Perché, anche se deve affrontare una giornata tra skiroll e poligono, al trucco non sa rinunciare. Doro non ha l’altezza della top model, ma in compenso può vantare una faccia da spot pubblicitario per come è solare. Sa già che non sparerà e scierà per tutta la vita perché dopo le Olimpiadi del 2018 a Pyeongchang si troverà di fronte al primo importante bivio della sua vita. E la voglia di diventare mamma la porterà a propendere per una strada precisa, quella lontana dalle piste innevate, dai poligoni di tiro e dai tanti sacrifici che deve sostenere ogni giorno da anni. La natia Brunico, la Valle Anterselva dove ha abitato per anni e la sua casa attuale a Castello di Fiemme che divide con il marito Stefano (si sono sposati nel maggio 2015) le vive non molto spesso perché tra allenamenti all’estero e gare è frequentemente fuori dall’Italia, eppure il legame con la sua terra e le sue origini è fortissimo. Lo si capisce non solo da quella erre marcata tipica di tanti abitanti del Trentino Alto-Adige, ma anche da come parla di uno sport, il biathlon, che è tipico, quasi un marchio distintivo, della sua Regione.
Signora Wierer, se dovesse raccontare a chi non lo conosce cos’è il biathlon, che parole userebbe?
«È uno sport invernale nel quale si fondono due specialità, il tiro a segno con la carabina e lo sci di fondo. È una disciplina dura, ma molto bella che ti porta a superare i tuoi limiti».
Cosa spinge una bambina di 10 anni a scegliere di praticare il biathlon?
«Io ho iniziato con lo sci di fondo e poi ho aggiunto il tiro, anche perché alle spalle ho una famiglia di amanti e praticanti del biathlon. È stato come un gioco perché da bambina certo non pensavo alle gare, alle medaglie e a tutto il resto, ma a stare insieme agli altri, a fare gruppo con i miei fratelli».
Ci racconti della sua famiglia tra neve, sci e carabine.
«Per i miei parenti il biathlon è una passione. I miei fratelli Robert e Carolina hanno smesso intorno ai diciotto anni, mentre la piccola Magdalena, che di anni ne ha 14, sta seguendo le mie orme. Mio padre Alfred invece da giovane ha fatto slittino naturale, mentre ora è cuoco in un ristorante a Brunico e si fa aiutare da mia madre Energardt».
Perché, a parte in Trentino Alto Adige e in poche altre regioni, il biathlon non appassiona gli italiani?
«Gli sport invernali fanno fatica in Italia perché i giornali e i media non ne parlano abbastanza e perché gli impianti per fare biathlon sono in poche regioni, ma non credo che non appassionino la gente. I risultati delle ultime Olimpiadi hanno portato molte persone a tifare per chi pratica sport come il mio».
Però gli atleti che fanno biathlon sono pochi.
«In Italia saremo 120, in effetti non molti. Per appassionarsi servono anche le strutture e in Italia i poligoni per il nostro sport sono solo in Piemonte, Val d’Aosta, Friuli, Trentino, Lombardia e Veneto. Stop».
Qual è la gioia più bella della sua carriera finora?
«Il bronzo olimpico. Una medaglia alle Olimpiadi è il punto più alto per ogni atleta».
Se ripensa a Sochi 2014 in lei è maggiore la gioia per la medaglia portata a casa o il rammarico per il metallo che avrebbe anche potuto essere diverso?
«Quel bronzo nella staffetta mista è stato un grande risultato perché eravamo una squadra giovane che negli anni precedenti non aveva dimostrato di essere così forte. Con Karin (Oberhofer, ndr), Dominik (Windisch, ndr) e Lukas (Mofer, ndr) siamo cresciuti insieme».
Qual è il suo obiettivo per il futuro?
«Migliorare. Parto dallo splendido terzo posto nella Coppa del Mondo 2016 e far meglio non sarà semplice, ma lavoro per questo».
Com’è iniziata la nuova stagione?
«Nella prima tappa, in Svezia a Oestersund, sono arrivata terza con la staffetta mista al termine di una gara nella quale ho inseguito. In Slovenia è andata meno bene».
È realistico per lei pensare di vincere la Coppa del Mondo 2017?
«Ci sono tante atlete che sono forti nello sci e nel tiro e sono sufficientemente realista per capire che si tratta di una battaglia molto dura, ma mai dire mai».
È d’accordo che a 26 anni sta attraversando il momento clou della sua carriera?
«Non ci sono dubbi sul fatto che questi siano gli anni più importanti perché dopo i 30 come donna avrò altri obiettivi. Di certo inizierò a pensare più alla mia vita e alla mia famiglia».
Tra i suoi sogni c’è anche quello di diventare mamma?
«A me le famiglie numerose piacciono, ma ai tempi di oggi fare tanti figli comporta costi e necessita di avere una casa grande oltre a due genitori che lavorano. Mi sono sposata un anno e mezzo fa, ma con mio marito non sempre stiamo insieme complici allenamenti tra Livigno e la Val di Fiemme, gare internazionali e impegni vari».
Consiglierà alla sua futura figlia di praticare biathlon e di seguire le sue orme?
«Le dirò di fare tanti sport diversi, poi si vedrà per quale sarà più portata».
Suo marito, Stefano Corradini, l’ex fondista della Finanza e ora responsabile degli allenatori del comitato Trentino della Federsci, le dà mai suggerimenti?
«Sì, cerca soprattutto di farmi stare tranquilla prima di una gara perché mi conosce e sa che in quegli attimi sono molto tesa. Nei periodi in cui sono a casa, invece, cerco di staccare la spina e non parliamo di biathlon».
Cosa passa per la testa di Dorothea prima del via di una gara?
«Sono una che ha tanta ansia da prestazione perché mi alleno tutto l’anno e prima di iniziare avverto la tensione, penso magari di non raggiungere l’obiettivo per il quale ho lavorato tanto».
Come riesce a scaricare la tensione?
«Ascolto un po’ di musica e mi riscaldo bene prima di andare al cancelletto di partenza».
Come ha imparato a rallentare il battito del cuore e a non farsi offuscare la vista dalla stanchezza durante la gara, quando deve prendere la mira e centrare il bersaglio per evitare penalizzazioni?
«Il cuore non si controlla perché arrivi a sparare con 170 battiti ed è tutta questione di allenamento, di abitudine a sparare in certe condizioni. Devi trattenere il respiro e non puoi permetterti di essere deconcentrata perché ci sono 5 colpi per poligono».
Nell’immaginario collettivo concorderà che una donna con un fucile in Italia non è un’immagine molto comune.
«Ad alcuni la donna con il fucile piace, ad altri fa un po’ strano. Soprattutto a quelli che non conoscono questo sport. A volte mi trovo costretta a spiegare quello che faccio e quasi sempre riesco a incuriosire la gente che poi inizia a vedere il biathlon».
Hai mai pensato che se fosse diventata tennista non avrebbe avuto né problemi economici e né di popolarità?
«Diciamo che sono una tennista... mancata perché questo sport mi è sempre piaciuto e avrei anche il fisico visto che sono bassa, massiccia e muscolosa. Di certo avrei guadagnato di più, ma sono felice così. Magari farò diventare tennisti i miei figli».
Ha già in mente un fioretto in caso di medaglia olimpica a Pyeongchang?
«Non ci ho pensato, ma un’altra medaglia olimpica la sogno. È quella che mi spinge a fare sacrifici ogni giorno».
Quali sono i più “pesanti” che ha fatto finora?
«A 14 anni ho frequentato il liceo sportivo a Malles, in Val Venosta. Ero a 4 ore da casa, studiavo ragioneria e mi allenavo. Mica semplice... Sono contenta della mia scelta perché ho conosciuto tanta gente e ho fatto belle esperienze, ma sono stata tanto lontano dai miei genitori e dai miei familiari, mentre adesso vedo poco mio marito».
Qual è la sua giornata tipo?
«Mi alzo alle 7.30, faccio colazione, alle 8.45 vado al poligono e si inizia con il tiro, poi dipende da che tipo di allenamento ho in programma: può variare tra 2 ore di skiroll, una lunga camminata o un lavoro di corsa o forza; alle 12 mangio, poi un breve riposino e alle 15 c’è il secondo allenamento di giornata che è sempre diverso rispetto al primo; alle 19 o giù di lì la cena e la giornata è... finita».
Prima ha parlato di ritiro dopo i 30 anni per dedicarsi alla famiglia. Non crede che le mancherà il biathlon?
«Prima di decidere quando mi ritirerò, devo capire quali sono le mie motivazioni e il mio stato di salute. Io sono una che punta sempre a migliorarsi perché non accetto di fare brutta figura o di non ottenere risultati. Non mi accontento del decimo posto: voglio sempre vincere».
Quali sono i suoi miti nel biathlon?
«Il norvegese Ole Einar Bjørndalen che a 40 anni è ancora lì, in gara».
E nello sci?
«Tomba. Tutti lo guardavano e tifavano per lui. Di persona non l’ho mai conosciuto».
Chi la conosce bene dice che lei è amante delle scarpe con il tacco quando non indossa gli sci. Conferma?
«Sì, ne ho tante, ma sono talmente poche volte a casa che non riesco a metterle tutte».
A cosa non riesce a resistere?
«Alla cioccolata, ma non fa bene nello sport. E al mascara: me lo metto anche quando vado ad allenarmi. Senza di quello la mattina di casa non esco».
Ci racconta la storia dell’offerta di “Playboy” di posare nuda?
«In un’intervista a una tv russa mi chiesero cosa avrei risposto se mi avessero offerto di posare per Playboy e dissi che avrei rifiutato. Dopo un anno una proposta mi arrivò davvero, dalla versione italiana di Playboy, ma la risposta fu la stessa perché non potrei mai spogliarmi davanti a una macchina fotografica o a una telecamera. Perché non mi sentirei a mio agio e perché sono una finanziera».
Qual è la sua vacanza da sogno?
«Al mare in Italia perché la nostra è la più bella nazione al mondo per il cibo. Sono stata in viaggio di nozze in Sardegna (a Palau, ndr) ed è stato fantastico, ma anche la Puglia è bellissima».