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 2017  febbraio 01 Mercoledì calendario

Paperoni d’Europa

Ci sono due modelli economici nel Vecchio Continente che ispirano la gestione dei club professionistici. Due filosofie, due modi d’intendere il calcio e la vita. La difesa a oltranza della tradizione, il radicamento sul territorio, l’esaltazione della socialità di questo gioco, da una parte; l’internazionalizzazione, l’apertura al mercato e ai grandi investitori stranieri, dall’altra. Culturalmente, noi italiani siamo molto più legati a un capitalismo di tipo familiare piuttosto che manageriale, il che si riverbera anche nella nostra geografia del pallone: chi possiede il club è anche l’uomo forte che orienta ogni decisione. Il presidente-proprietario-tifoso è il nostro paradigma, con un esempio di longevità che non ha eguali in tutto il mondo: la Juventus e la famiglia Agnelli. Ci siamo aperti agli investimenti stranieri, è vero: la Roma americana, l’Inter cinese e indonesiana aspettando che anche il Milan diventi effettivamente cinese.
E nel resto d’Europa? Se la Germania ha scelto la via del protezionismo, limitando la concentrazione di quote in mano a un solo socio, l’Inghilterra ha internazionalizzato i club della Premier League. E se la Francia si è lasciata sconvolgere dalle manie di grandezza dello sceicco Al Thani, la Spagna difende orgogliosa il suo modello di azionariato popolare. Vi raccontiamo, allora, chi sono gli uomini a capo dei grandi club di Premier, Liga, Bundesliga e Ligue 1: presidenti e azionisti di riferimento, chi sono e da dove vengono, soprattutto da dove arrivano i soldi investiti nel gioco più bello del mondo.
Holding Premier. Londra è la capitale finanziaria d’Europa, il punto d’incontro fra la vecchia aristocrazia industriale e i nuovi tycoon che arrivano dall’Est e dal Medio Oriente. Ed è la città sul cui territorio insistono ben sei club (contando anche il Watford) su venti. E in più la Premier è il campionato più “commerciale” più televisivo, più emozionante: insomma, quello che si vende meglio in tutto il mondo. Due fattori che si combinano bene tra di loro e negli anni hanno sistematicamente attratto grandi investimenti dall’estero.
In Premier League oggi ci sono 13 presidenti britannici su 20, contando anche i gallesi. La realtà però è un’altra e cioè che 11 club sono in mano a proprietari stranieri. Investitori diversissimi tra di loro, per nazionalità e settore di attività delle proprie società. Roman Abramovich, per esempio, è diventato popolare a livello globale nel 2003, quando ha rilevato il Chelsea: ha fatto i soldi nel settore energetico (petrolio e gas) ed è per certi versi uno dei simboli della nuova Russia, quella nata dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Ma post-sovietico è anche Usmanov, uno dei due azionisti forti dell’Arsenal, dove ha dato vita a una singolare sinergia con lo statunitense Steve Kroneke: il superamento della Guerra Fredda. Anche Maxim Demin viene dalla Russia e come Abramovich deve le sue fortune al petrolio, nella sua declinazione petrolchimica. Del City sappiamo tutto: è nelle mani dello sceicco Mansur che ha pompato – per usare un gioco di parole – nel club i soldi del fondo sovrano, soldi che arrivano dalle pompe di petrolio. È cinese la proprietà del West Bromwich, mentre all’Everton hanno creato un insolito binomio: Kenwright è presidente ed azionista di minoranza (ex attore, ora produttore teatrale) mentre la quota di controllo è in mano al persiano Farad Moshiri, che opera nel settore energetico. Lo United è americano, in mano all’immobiliarista Glazer.
Dicevamo di Kenwright dell’Everton: c’è uno strano connubio tra il mondo dei media e dello spettacolo, se è vero che anche Steve Parish, presidente e proprietario del Crystal Palace, viene dal mondo della comunicazione. Singolare la storia del West Ham, in mano al gallese Sullivan, che ne è anche presidente, e all’inglese Gold: uno è un produttore cinematografico e l’altro un editore, ma operano entrambi nel settore dell’intrattenimento per adulti. Sanno sicuramente come accendere la fantasia dei tifosi...
Il volo del Leicester. E il Watford italiano
Dietro la favola scritta dal nostro Claudio Ranieri c’è un giro d’affari miliardario legato alle attività commerciale all’interno degli aeroporti: il Leicester è infatti nelle mano del thailandese Vichai Srivaddhanaprabha, la cui società è leader nel settore dei duty free. Chiunque voli in giro per il mondo, quasi certamente sta contribuendo alla causa delle Foxes: prima o poi, visto da dove arrivano i soldi, anche il Leicester doveva decollare...
Il Southampton ha un “chairman” canadese ma una proprietaria con passaporto svizzero: è Katharina Liebherr, ereditiera di una delle grandi dinastie industriale d’Europa, con aziende leader nel settore dei macchinari industriali.
Una delle particolarità della Premier League è quella di essere entrata in circuiti internazionali che coinvolgono più società sportive. Partiamo dal Watford, che è italiano: è di proprietà della famiglia Pozzo, che vuol dire Udinese e che fino a pochi mesi fa voleva dire anche Granada. Nel calcio i Pozzo hanno fatto benissimo ma il loro primo settore d’attività sarebbe la produzione di utensili, tra le altre cose. Sicuramente più estesa la rete di Stan Kroenke, lo statunitense co-proprietario dell’Arsenal. Negli Usa controlla i Denver Nuggets (Nba), i Colorado Avalance (Nhl), i Colorado Rapids (Major League Soccer), i Los Angeles Rams (Nfl), coprendo così basket, hockey su ghiaccio, calcio e football americano.
Allo Swansea, invece, c’è Stephen Kaplan, che amministra i Dc United, la squadra di Major League Soccer che fa capo a Erick Thohir, presidente e azionista di minoranza dell’Inter. È stato anche il presidente – CEO, per dirla in anglosassone – dei Memphis Grizzlies, franchigia Nba.
L’azionariato spagnolo
In Liga il senso della tradizione è forte, fortissimo. Basti pensare al senso d’identità che incarnano il Barcellona per i catalani e l’Athletic Bilbao per i baschi. Eppure la Liga è stata capace negli anni di attrarre grandi investimenti stranieri. Sono arrivati pure soldi italiani, quando il Granada era della famiglia Pozzo: del resto, Gino, il figlio del patron Giampaolo, ha in Barcellona il suo principale centro d’affari e non a caso preferì cedere all’epoca Alexis Sanchez ai blaugrana e non al City.
Il modello dell’azionariato popolare resiste, incarnato dai due grandi club, Real Madrid e Barcellona, a dimostrazione che coniugare risultati sportivi ed economici è possibile, senza pompare continuamente nelle casse robusti aumenti di capitale sociale per coprire le perdite. Il presidente deve essere poco imprenditore e molto politico: per sedersi sulla poltrona più importante bisogna vincere le elezioni, e per vincere le elezioni bisogna fare le promesse giuste. Nella vita Fiorentino Perez sarebbe un ingegnere, e anche di successo, però è stato anche un deputato. E da politico ha saputo vincere per due volte la presidenza del Real: la prima, nel 2000, al grido di «vi compro Figo», astro nascente dei rivali del Barcellona, scrivendo l’epopea dei Galacticos; la seconda nel 2009, piazzando i due acquisti più cari di sempre della storia del calcio, Cristiano Ronaldo e Gareth Bale.
A Barcellona anche Josep Maria Bartomeu è al secondo mandato. Come imprenditore, opera nel settore aeroportuale. Ha vinto le elezioni nel 2010, venendo sconfitto poi alla tornata successiva da Rosell. Sulla poltrona di presidente si è accomodato però di nuovo in tempi rapidissimi: Rosell si dimette per il caso Neymar e lui vince a mani basse alla nuova tornata elettorale. Segno che gli scandali (degli altri) aiutano, in politica come nel calcio.
Vengono scelti così, dall’assemblea dei soci, il presidente dell’Athletic Bilbao, che oggi è un manager sportivo di professione, Urrutia, e quelli di Eibar e Deportivo La Coruña, di Osasuna, Real Sociedad e Siviglia. In molti casi si tratta di imprenditori di successo, non solo presidenti “politici”.
I grandi gruppi
Poi ci sono i pacchetti azionari nelle mani di pochi azionisti forti. Non necessariamente stranieri: all’Alaves il presidente è l’avvocato Alfonso Fernández de Trocóniz che rappresenta la holding finanziaria Avtibask. Vengono dai settori energetico e petrolifero i presidenti di Betis Siviglia e Celta Vigo, gli spagnoli Angelo Haro Garcia e Manuel Moriño.
A rubare la scena, però, sono i grandi investitori arrivati dall’estero. all’Atletico Madrid c’è un presidente spagnolo, Cerezo, che in parte rappresenta l’unico proprietario iberico, Gil Marin, e un po’ se stesso (è un produttore cinematografico) ma soprattutto amministra i tanti soldi arrivati dai cinesi del Wanda Group, azienda leader nel settore dei diritti televisivi. È diventato cinese il Granada, che fa capo a Jiang Lizhang, presidente e proprietario, che opera nel settore del marketing sportivo, ed è cinese l’Espanyol, di proprietà di Chen Yansheng, che i soldi li ha fatti nel settore dei videogiochi.
Anche il Valencia si è spostato ancora più a Est: è di proprietà di Peter Lim, tycoon di Singapore che opera nel settore energetico.
A Malaga, infine, ha investito Abdullah Al Thani, che fa parte della famiglia reale del Qatar: è uno sceicco che... lavora, nel senso che i soldi investiti nel calcio sono quelli dell’azienda di famiglia (holding che opera in diversi settori, dalle banche ai trasporti) e non quelli del fondo sovrano che alimenta il Psg. Quei petroldollari però sono entrati ugualmente in Liga attraverso la Qatar Airways, compagnia di bandiera e munifico sponsor del Barcellona: i catalani avevano stoicamente resistito a lungo, unico club che per scelta aveva rifiutato di cucirsi sul petto un logo che non fosse il suo stemma. Poi ha trovato 35 milioni di buone ragioni per dire di sì...
Tradizionalista, la Spagna, eppure capace di improvvisi slanci verso il futuro. Aprendo la presidenza a tre donne. Amaia Gorostiza è la prima presidentessa nella storia dell’Eibar: imprenditrice e manager, il suo gruppo industriale lavora nel settore dell’automotive. Al Leganes, invece, la poltrona più importante è occupata da Maria Victoria Pavon, moglie di Felipe Moreno che ne è il proprietario: il business di famiglia è l’immobiliare. E c’è una donna anche a capo del Valencia: Peter Lim ha messo al timone del club Lay Hoon Chan, manager di provata esperienza, anche lei di Singapore.
I conti del Bayern
Sotto il profilo della gestione finanziaria, il Bayern Monaco rappresenta un formidabile modello manageriale. Il club tedesco, che ha vinto quattro titoli consecutivi (uno con Jupp Heynckes e tre con Pep Guardiola) ed è allenato ora da Carlo Ancelotti (secondo italiano in panchina nella storia dei bavaresi dopo Giovanni Trapattoni), ha chiuso l’ultimo esercizio con un fatturato record di 626,8 milioni di euro e un incremento del 28% rispetto al 2015: marketing e sponsorizzazioni hanno fatto registrare una crescita di quasi 56 milioni (da 113,9 a 169,8, come emerge dal bilancio), ma anche il merchandising è in costante sviluppo (soprattutto sul mercato orientale) e ha costituito un’ulteriore fonte di guadagno. La vendita di maglie, t-shirt, gadget e oggettistica ha garantito un ricavo di 108,2 milioni. Una redditività, quella del Bayern, determinata da una strategia aziendale che ha saputo valorizzare in questi anni il proprio marchio attraverso una sapiente diversificazione dei ricavi, senza vincolarsi – come è avvenuto all’estero e soprattutto in Italia – alla cessione dei diritti televisivi: una voce che ha partorito appena 83,4 milioni di euro dalla DFL Sports Enterprises, anche se il nuovo contratto siglato con Sky in vista della stagione 2017-18 permetterà alla società tedesca di far lievitare i profitti.
Conti invidiabili, partnership, accordi pubblicitari e successi sportivi: il Bayern Monaco ha scelto la strada dell’azionariato dal 1999, da quando in Germania è stata introdotta una legge secondo la quale nessuna società della Bundesliga può essere di proprietà di un singolo investitore per più del 50%. I tifosi del Bayern controllano il 75% delle quote, mentre il restante 25% del portafoglio è frazionato in tre blocchi – ciascuno quantificabile nell’8,33% – in possesso di tre colossi: l’Audi, l’Allianz e l’Adidas. Fedele a una consolidata tradizione, il club bavarese ha eletto spesso come presidente un grande campione del passato, una bandiera: nel 1994, a distanza di quattro anni dal Mondiale vinto in Italia alla guida della Germania Ovest, fu eletto Franz Beckenbauer, 433 partite e 60 gol con la maglia biancorossa, uno dei difensori più forti nella storia del calcio. In seguito, dal 2009, la poltrona è stata occupata da Uli Hoeness, ex centravanti, quindicesimo goleador di tutti i tempi con il Bayern (96 gol, il primo è Gerd Müller con 428 reti). In carica anche nel 2013, durante la stagione del famoso Triplete (Bundesliga, Champions League e Coppa di Germania), il capolavoro di Jupp Heynckes, Hoeness era stato costretto a dimettersi all’inizio del 2014 dopo una condanna a quasi due anni di carcere per un’evasione fiscale di 28 milioni di euro. E poco più di un mese fa, alla fine di novembre del 2016, è stato rieletto come presidente dall’assemblea generale con il 97% dei voti.
I nodi del Wolfsburg e del Lipsia
Tra i campionati di prima fascia, in Europa, la Bundesliga è l’unico che mantiene un format a diciotto squadre. Diciassette presidenti sono tedeschi. È spagnolo, invece, Francisco Javier Garcia Sanz, manager di fiducia della Volkswagen, che governa il Wolfsburg. Un gemellaggio complesso e destinato lentamente a sciogliersi, come preannunciato in un comunicato dall’azienda automobilistica. Un disimpegno graduale che ha comportato nei giorni scorsi la cessione di un pezzo pregiato come il trequartista Julian Draxler, classe 1993, gioiello della nazionale del ct Joachim Löw, ex Schalke 04, acquistato dal Wolfsburg nell’estate del 2015 in cambio di 36 milioni di euro e venduto ora per 47 al Paris Saint Germain. La massiccia presenza della “AutoVision GmbH” nel pacchetto azionario del Wolfsburg non è l’unico esempio di profilo gestionale di questo tipo. La Volkswagen possiede anche una piccola fetta (19,4%) dell’Ingolstadt, mentre il rapporto tra lo Schalke 04 di Gelsenkirchen e la Gazprom (colosso russo del gas) è sancito da un contratto di main sponsor fino al 2022 che farà confluire nelle casse 150 milioni di euro. Storica invece l’alleanza del Bayer con l’omonima azienda chimica e farmaceutica che commercializza l’aspirina. Il club di Leverkusen, come testimonia la sua storia, fu fondato nel 1903 proprio da un impiegato (Wilhelm Hauschild) della Bayer, in grado di raggiungere oggi un fatturato di oltre 46 miliardi di euro e di assicurare 117.000 posti di lavoro. Ma in Germania il caso più discusso in materia di sinergie finanziere riguarda il neopromosso Lipsia, tornato a rappresentare la ex Ddr in Bundesliga dopo sette anni di vuoto. Autentica rivelazione della prima parte del campionato (dieci vittorie e tre pareggi in tredici giornate), la squadra dell’allenatore Ralph Hasenhüttl viene finanziata dalla Red Bull, compagnia austriaca (sede centrale a Fuschl am See, villaggio austriaco di 1500 abitanti a diciannove chilometri da Salisburgo) che produce una bevanda energetica ed è pilotata dall’imprenditore Dietrich Mateschitz, 72 anni, con un patrimonio netto di 12,8 miliardi di dollari, in base ai dati riportati da Forbes.
627 Miliardi di dollari
Il Paris Saint Germain naviga nell’oro della Qatar Investment Authority, fondo sovrano che ha accumulato un patrimonio globale di 627 miliardi di dollari. Insegue il quinto titolo consecutivo in Ligue 1 (uno timbrato da Carlo Ancelotti e tre da Laurent Blanc) e sogna il primo trionfo della sua storia in Champions League. Ha investito in cinque anni oltre seicento milioni di euro sul mercato. La Top 5 dei colpi porta completamente la firma della Qatar Investment Authority: da Cavani a Di Maria, da David Luiz (tornato al Chelsea) a Javier Pastore e Thiago Silva. Una gestione, quella del club, affidata a Nasser Al-Khelaïfi, 43 anni, nato a Doha, presidente e amministratore delegato anche di “BeIN Media Group”: proprio Al-Khelaïfi, qualche mese fa, aveva provato a soffiare Neymar al Barcellona offrendo al brasiliano un ingaggio da 40 milioni di euro, oltre al regalo di un jet privato e di un hotel.
Abissale il divario con le altre società della Ligue 1. Resiste solo il Monaco, che è stato acquistato nel 2011 dal russo Dmitrij Rybolovlev, amico di Roman Abramovich e proprietario della Uralkali, azienda che produce ed esporta potassio, quotata alla Borsa di Londra e di Mosca. Il Monaco, in realtà, ha cambiato linea di condotta in corsa: dagli investimenti a sensazione per James Rodriguez (45 milioni), Falcao (43), João Moutinho (25) e Kondogbia (20) a una strategia mirata alle plusvalenze e all’autogestione. Non è un caso che Rybolovlev abbia deciso di creare un rapporto di collaborazione, di consulenza, con il manager portoghese Jorge Mendes, agente di Cristiano Ronaldo e azionista di maggioranza della GestiFute (Gestão de Carreiras de Profissionais Desportivos), la più potente scuderia del calcio mondiale.
Il fondo cinese
Può contare sulla spinta di capitali stranieri anche l’Olympique Lione, che si è costruito uno stadio di proprietà e viene guidato da vent’anni da Jean-Michel Aulas, proprietario e fondatore della società Cegid (software e sviluppo digitale). Lo scorso 16 agosto, infatti, ha celebrato l’ingresso – con una quota del 20% – della Idg Capital Partners, fondo di investimento cinese che ha deciso di entrare nel calcio francese versando cento milioni di euro. Aulas, in Ligue 1, può vantare il record dei sette titoli vinti consecutivamente tra il 2002 e il 2008. L’Olympique Marsiglia, che è l’unico club francese ad aver vinto la Champions (era il 1993, 1-0 in finale contro il Milan, gol del difensore Basile Boli), è stato rilevato invece da un imprenditore americano, Frank McCourt, ex padrone della squadra di baseball dei Dodgers, che ha trovato la sua fortuna economica nel settore immobiliare: il suo ingresso risale a cinque mesi fa, al 29 agosto, quando è subentrato a Margarita Louis-Dreyfus, in cambio di quaranta milioni di euro.