La Stampa, 1 febbraio 2017
Teheran sfida il presidente americano con un nuovo test missilistico
La prima sfida internazionale per l’amministrazione Trump è già arrivata, dall’Iran. La Repubblica islamica infatti ha tenuto un test missilistico, che ieri ha provocato una riunione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, per valutare se così ha violato le risoluzioni del Palazzo di Vetro.
La reazione però è stata moderata, anche perché la Casa Bianca sta ancora definendo la sua posizione su Teheran. Diversi consiglieri infatti premono per dare appoggio all’opposizione interna, e rivitalizzare proteste sul modello di quelle innescate dal «Green Movement» nel 2009, che potrebbero mettere in difficoltà il regime fino al punto di minacciare la sua sopravvivenza.
Il test, negato dall’Iran, è stato denunciato lunedì da americani e israeliani. Secondo i loro rilevamenti il missile ha volato per circa 600 miglia, prima di esplodere. Non è sicuro se lo scoppio sia stato accidentale o voluto. La nuova ambasciatrice di Washington all’Onu, Nikki Haley, come suo primo atto ha chiesto e ottenuto una riunione del Consiglio di Sicurezza, per valutare se il test ha violato le risoluzioni del Palazzo di Vetro. Alcune delegazioni hanno detto che il lancio è avvenuto in contraddizione con le norme vigenti, ma altre hanno chiesto più elementi di giudizio.
La risoluzione in vigore prima dell’accordo nucleare vietava tutti i test, ma quella negoziata dopo proibisce solo quelli con missili in grado di trasportare testate atomiche. Teheran sostiene di non averle, e quindi nessun lancio può rientrare in questa categoria. Il ministro degli Esteri Javad Zarif, pur senza ammettere l’esplosione, ha invitato ieri gli Stati Uniti a «non sfruttare le difese militari iraniane come un pretesto per creare nuove tensioni».
La risposta di Washington si capirà nei prossimi giorni, ma nel frattempo è in corso un dibattito nell’amministrazione per decidere la linea da adottare. Il capo del Pentagono Mattis ha criticato l’accordo nucleare, ma ha detto che per il momento conviene tenerlo. Gli Usa però potrebbero promuovere una nuova risoluzione per limitare le attività missilistiche convenzionali della Repubblica islamica.
Alcuni consiglieri suggeriscono invece di affrontare il problema alla radice, lavorando per favorire un cambio di regime che potrebbe avvenire senza interventi militari. Queste persone pensano che gli ayatollah siano deboli, e temono un movimento di protesta come quello del 2009, che ha ancora molti consensi nella società civile. Per incoraggiarlo, la squadra di Trump aveva considerato di invitare all’Inauguration l’ayatollah dissidente Hossein Boroujerdi, appena liberato di prigione. Non sarebbe venuto, ma l’invito in sé avrebbe rappresentato un segnale ai suoi sostenitori. La prossima occasione verrebbe il 21 marzo con la celebrazione del Nowruz, il capodanno iraniano. La Casa Bianca potrebbe sfruttarla per fare una dichiarazione di saluto, e di sostegno agli oppositori, chiarendo così che se torneranno nelle piazze, stavolta avranno l’aiuto esplicito degli Usa.