Il Messaggero, 1 febbraio 2017
Quel vagone cisterna carico di Gpl che uscì dai binari e diventò una bomba
ROMA Faceva caldo, quella sera a Viareggio. Un caldo estivo, con il cielo stellato. Gente per strada, gente in giro, gente a ridosso della stazione, gente ignara di quanto stesse per accadere. Alle ventitrè e quarantotto del 29 giugno 2009, il treno 50325, partito da Trecate (Novara) con destinazione Gricignano (Caserta), è pronto a entrare con il suo carico di Gpl distribuito in quattordici cisterne, che contengono ognuna 35 mila litri di gas liquido. Il convoglio procede a 90 chilometri all’ora, potrebbe arrivare fino a 100. Basta un attimo perché si scateni l’inferno.
L’ALLARME
Il treno va fuori dai binari, qualcosa si rompe nel carrello del primo carro, che è stato costruito nel 1974 nella Germania dell’Est. Schizzano i sassi, è tutto una scintilla. Il capostazione fa giusto in tempo a dare l’allarme, mentre viene fermata la corsa di altri due convogli che stanno per passare. Viaggiano da Nord a Sud e rischiano di incrociare i bomboloni ormai fuori controllo, sdraiati sui binari.
Sembra un film pieno di effetti speciali, è la drammatica realtà. Scoppia l’incendio. I macchinisti riescono a salvarsi appena in tempo, intuiscono subito quello che sta per accadere. Raggiungono la strada, la sede dell’associazione di volontariato che si trova di fronte, e urlano: «Date l’allarme, qui è tutto pieno di gas». Non fanno in tempo a finire che arriva il boato, il cielo diventa rosso. Brucia Rosario Campo, che passava in motorino al momento sbagliato. Bruciano le ambulanze della Croce Verde. Brucia via Ponchielli e la sua gente. Brucia il cuore della città.
I danni sono enormi. In pochi minuti muoiono 11 persone, investite dalle fiamme o travolte dal crollo degli edifici. Altre due vengono stroncate da un infarto, e decine rimangono ferite. Di queste, molte riportano ustioni gravissime, e dopo settimane di agonia, non sopravvivono alle gravi ferite. Una dopo l’altra. L’ultima è Elisabeth Silva, il 22 dicembre: dopo sei mesi di agonia. Si salvano miracolosamente i due macchinisti perché riescono a trovare riparo dietro a un muro.
Quando il treno perde il controllo sta passando in corrispondenza del passaggio pedonale che scavalca i binari. È in quella zona che si propaga il gas, ed è lì che viene registrato il maggior numero di morti. In totale si contano 33 morti e 25 feriti.
FUNERALI DI STATO
Il 7 luglio vengono celebrati i funerali di Stato, alla presenza di Giorgio Napolitano. Vi partecipano almeno trentamila persone, a cantare c’è Andrea Bocelli. Ci vogliono due anni per avere le prime risposte riguardo alla natura dell’incidente. Due anni di perizie, di simulazioni, per arrivare a concludere che, molto probabilmente, è stata la ruggine a far spaccare il carrello. Gli uomini della Polfer che seguono le indagini per conto della procura di Lucca, concludono: allo stato dei fatti, «sussistono fondati sospetti di colpevoli lacune in fase di manutenzione dell’assile rotto». Ma il disastro avviene soprattutto dopo il deragliamento, quando una delle cisterne, fatta in Germania, viene perforata da un picchetto di tracciamento curva posizionato lungo la massicciata. È in quel momento che il gas comincia a fuoriuscire e, a contatto con l’ossigeno, esplode.
I familiari delle vittime si riuniscono nell’associazione Il mondo che vorrei, e comincia una lunga battaglia legale. Intanto Viareggio prova a risorgere: rinascono le case, gli uffici, le aziende. E si aspetta l’esito del lungo iter giudiziario: trentotto gli indagati, tra i quali Mauro Moretti, ex amministratore delegato di Fs, i vertici di Rfi e Trenitalia, i tecnici e dirigenti delle officine Jungenthal e Cima riparazioni. Lo Stato, deludendo le aspettative, rinuncia a partecipare al giudizio come parte civile. In cambio ottiene una liquidazione monetaria. A combattere restano i familiari, le associazioni, i sindacati. La sentenza arriva dopo 140 udienze, e con questa le condanne.