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 2017  febbraio 01 Mercoledì calendario

La lunga marcia della Cina per la biro perfetta

PECHINO L’80 per cento delle penne di tutto il mondo, circa 40 miliardi di pezzi, arriva dai tremila produttori sparsi in tutta la Cina: e questa non è certo una sorpresa vista l’invasione globale dei prodotti del Dragone. Di quell’80 per cento solo il 10 per cento è però completamente made in China: il restante 90 per cento utilizza un prodotto d’importazione. Il piccolo grande particolare è che quel prodotto è fondamentale: perché si chiama punta. È la parte che permette alla penna di funzionare: cioè di scrivere. È insomma quella parte che permette a una penna di essere – ontologicamente parlando – una penna.
L’ontologia non è proprio una delle specialità della filosofia cinese. Da sempre, qui, più che all’essere si è badato all’avere. E immaginate dunque l’irritazione nelle più alte sfere, appunto, quando parlando di penne si era costretti a riconoscere di non avere la tecnologia giusta. Il premier Li Keqiang aveva dovuto spronare l’industria apparendo due anni fa in tv: «Malgrado tutte le penne che produciamo e consumiamo, la nostra industria deve ancora appoggiarsi all’importazione per la tecnologia e i materiali principali».
Non più. Pechino può finalmente annunciare di aver realizzato pure questo ennesimo grande balzo in avanti. Zhang Xuelian, il portavoce della Beifa, l’industria che era stata incaricata di sviluppare il piano quinquennale per vincere la battaglia, grazie anche all’allocamento di 9 milioni di dollari che il ministero per la Scienza e la tecnologia ha riposto nel progetto burocraticamente intitolato “Ricerca, sviluppo e Industrializzazione di materiali chiave per l’industria della penna”, parla oggi di “svolta” per la nazione, non più soggetta all’import – e la soddisfazione autarchica la spiega senza giri di parole: «Che cosa sarebbe successo se fosse scoppiata una guerra?».
La Cina, che inonda il mondo di così tanto acciaio da attirarsi le accuse di sovraproduzione, ha dovuto finora importare ogni anno mille tonnellate di materia prima “da punta” dalla placida Svizzera, oltreché dagli odiati cugini del Giappone. Quell’acciaio di particolare qualità veniva poi utilizzato, grazie a una tecnologia sempre svizzera, per ottenere la magica punta con una precisione di un millesimo di millimetro: l’invenzione che negli Anni 30 riscattò l’altrimenti insignificante carriera da giornalista di Làzlo Biro.
Spiega ora alla tv di stato Wang Huimian, ingegnere capo del centro tecnologico Tisco, che la parte più difficile è stata trovare l’esatta composizione della piccolissima sfera che lascia filtrare l’inchiostro sulla carta senza intoppi: senza insomma creare quell’effetto “crac crac” tipico di quel 10 per cento di penne al 100 per 100 made in China, e che sempre il premier aveva pubblicamente deplorato. «E ci siamo riusciti senza alcun aiuto esterno, accumulando dati e aggiustando variabili», conclude adesso l’ing. Wang: forse per allontanare solo il sospetto che ancora una volta si sia arrivati fin qui grazie a una delle più nobili tradizioni di quaggiù, e questa sì davvero autoctona. La copiatura.