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 2017  febbraio 01 Mercoledì calendario

Ricordo di Meroni, bohémien del calcio

«Questo calcio, a Gigi, non sarebbe piaciuto per niente», ha detto tempo fa Nestor Combin, detto «la foudre», il fulmine, centravanti mezzo argentino e mezzo francese della Juventus, del Torino, del Milan con la faccia scolpita da indio. Probabile. Anche se le persone cambiano negli anni e il blogger Marco Montanaro racconta nell’ebook «Gigi Meroni e la gallina al guinzaglio» d’aver avuto un incubo in cui era sopravvissuto alla tragedia stradale, alla morte e al mito, e cantava «Anima mia» da Fabio Fazio e poi era ospite sessantenne di Simona Ventura «con un comico trapianto di capelli», uno come Meroni non avrebbe mai sopportato certe cose. Magari si sarebbe fatto per primo un tatuaggio ai tempi in cui poteva essere scambiato per uno sfregio al perbenismo, ma se lo sarebbe fatto presto rimuovere per il ribrezzo di ritrovarsi circondato da migliaia di tatuati più conformisti di un anonimo impiegato al catasto col vestito grigio Upim. Ma il peso sempre più opprimente del calcio-business, la prepotenza dei procuratori ingordi, le martellanti istigazioni a scommettere che infestano ogni stadio, ogni cronaca tv, ogni show di intrattenimento gli avrebbero dato ai nervi. È mezzo secolo che se n’è andato, quel ragazzo di Como pieno di estro non solo calcistico travolto nel 1967 nel centro di Torino dall’auto guidata da un ragazzo ancora più giovane di lui, tifoso suo e del Toro e destinato a diventare anni dopo, pieno di sensi di colpa, presidente della società granata che avrebbe portato al fallimento. Mezzo secolo. E di lui non resta molto, se non i ricordi di un ragazzo del II dopoguerra, rimasto orfano del papà quand’era piccolo, cresciuto scrivendo alle elementari pensierini come questo: «Se non ci fosse stata la mamma saremmo morti tutti di fame». Un ragazzo magro che, mentre sbocciava come un fuoriclasse imprevedibile, si era fatto crescere i capelli, si era appassionato ai Beatles, dipingeva con estro autodidatta quadri pieni di colore. Come pieni di colore erano i giacconi scamosciati afghani che indossava con camicie col pizzo e cappotti rosso shocking con un solo bottone. Un bohémien che amava sfidare i benpensanti vivendo more uxorio (scandalo!) con una ragazza polacca già sposata e girando con una gallina al guinzaglio. «Scrostava la muffa dalle abitudini, smascherava le ipocrisie. Un tenero rivoluzionario che dava il meglio di sé nel lavoro e poi rivendicava libertà totale», scrisse di lui Candido Cannavò. Dio sa quanto il calcio di oggi avrebbe bisogno di un ragazzo così.