Corriere della Sera, 1 febbraio 2017
Potevamo salvarlo?
Un giovane annaspa nelle acque gelide del Canal Grande. È un africano, spunta la testa con il groviglio nero della sua terra. Alza le braccia, tace. Intorno a lui decine di persone assistono alla scena. Turisti, marinai, veneziani. «Buta el salvagente», urlano dalla fondamenta al vaporetto carico di gente che sta facendo retromarcia per soccorrerlo. «Africa!», lo chiamano. «Buta el salvagente», insistono. Finché un salvagente viene lanciato ma lui non allunga la mano per prenderlo. «Questo è scemo». Ne buttano un secondo e un terzo. Ancora nulla. «... eora neghite», annega. «Insemenio !», scemo. I veneziani lo incitano a reagire. Ma il giovane africano non lo fa e dopo un po’ scompare fra i piccoli flutti del canale.
Pateh Sabally aveva ventidue anni, veniva dal Gambia e ha voluto morire così, affogando in una fredda domenica di sole nella città più bella del mondo. Se n’è andato in silenzio fra decine di persone che guardavano, che filmavano, che parlavano. Ma nessuno si è tuffato per salvarlo, nessuno ha fatto l’eroe. E così la sua fine silenziosa ha fatto un gran rumore. «Vi siete accontentati di trattare Pateh Sabally da “negro”, vale a dire da scarto umano, da vita indegna di essere vissuta...Io invece un ragazzo, vedo la promessa, il desiderio, il soffio, il sogno il coraggio e l’umanità che si sono spenti in voi», vibra oggi su Libération il filosofo Dénètem Touam Bona dopo che per una settimana i giornali di mezzo mondo hanno tuonato sulla vicenda.
La domanda è dunque quella: poteva essere salvato questo giovane africano fuggito da un villaggio del Gambia, sopravvissuto al Sahara e al Mediterraneo e spirato fra le acque calme della laguna? Lì c’erano decine di persone: possibile che nessuno abbia tentato il grande gesto, mentre cento chilometri più in là un professore ungherese si gettava fra le fiamme di un bus per portare in salvo i suoi studenti? «Questa disgrazia fa pensare – ha scritto l’assessore ai Lavori pubblici di Venezia Francesca Zaccariotto – Non si tratta di un naufragio in mare ma di una morte avvenuta davanti a centinaia di persone». Quasi una Rigopiano alla rovescia, hanno rilanciato i commentatori sottolineando il contrasto fra le due situazioni: «Lì decine di soccorritori si sono donati per 40 persone sommerse dalla neve, a Venezia centinaia di persone non riuscivano a salvarne una».
Anche la Procura vuole vederci chiaro in questa tragedia. Il pm Massimo Michelozzi ha iscritto nel registro degli indagati per omissione di soccorso un motoscafista trentacinquenne che non avrebbe fatto abbastanza. «Non poteva, era a bordo di un piccolo cabinato con scarsa visibilità, non aveva personale con sé e stava navigando in direzione opposta», ha spiegato l’avvocato Jacopo Molina, suo difensore.
C’era un bagnino, in quel tratto di Canal Grande. «Stava per buttarsi – ha raccontato al Corriere del Veneto Dino Basso, direttore della sezione mestrina della Società nazionale di salvataggio – Si è tolto il giubbotto, si è guardato in giro per darlo a qualcuno ma in quel momento è stato distratto dalle urla di una donna in barca che diceva “sta facendo finta”. Il tempo di guardare meglio e l’uomo non c’era più». Anche lui, dunque, si è fermato. E tutti gli altri? «L’acqua era gelida, sarebbe stato un suicidio», hanno detto alcuni. «Il personale ha il dovere di garantire la sicurezza di nave e passeggeri, nessuno si doveva tuffare», ha spiegato Luigi Bognolo dell’Actv, l’azienda pubblica dei trasporti, ricordando che gli equipaggi si sono comportati in modo corretto, nel rispetto dei protocolli aziendali: «Si sono avvicinati al naufrago e hanno lanciato i salvagente. Purtroppo il ragazzo non è riuscito o non ha voluto attaccarsi».
Riecheggiano le parole dell’associazione «Casa di Amadou»: «Caro Pateh, amico nostro fragile, il salvagente dei diritti, dell’accoglienza degna, calorosa e semplicemente umana ti è stato lanciato tardi, o male, o chissà».
Chissà cosa ha vissuto il giovane africano Pateh Sabally.