La Stampa, 31 gennaio 2017
Totò Riina risponderà ai pm sulla trattativa Stato-mafia
Dietro quelle parole del suo legale, «l’imputato Riina accetta di sottoporsi all’esame», c’è una sfida, l’ennesima. Ma stavolta è come se il capo di Cosa nostra, rispondendo alle domande, al processo sulla trattativa Stato-mafia, volesse giustificarsi davanti al “suo” popolo, per negare di essere “sbirro” e di avere parlato troppo, in carcere, mentre la Dia – ovviamente a sua insaputa – lo intercettava e lo filmava, durante i colloqui dell’ottobre-novembre 2013 col detenuto pugliese Alberto Lorusso.
Il precedente
Non è la prima volta che Riina risponde in aula (lo fece a marzo ’93, nemmeno due mesi dopo la cattura, lo ha fatto altre volte) ma l’analisi dei pm del pool della Procura di Palermo, in vista del nuovo interrogatorio, previsto il 16 febbraio o nell’udienza successiva, vede un Totò Riina alla ricerca di un’occasione pubblica per chiarire come mai, nelle ore di “socialità” con Lorusso, un boss come lui si fosse lasciato andare a così tante confidenze, ammissioni, persino rivelazioni su fatti mai venuti fuori o mai spiegati. A 86 anni suonati, con gli acciacchi che lo costringono a stare in barella (ma non salta una sola udienza), l’età incide ma non decide, per il sanguinario capomafia. Riina sarà forse l’unico a non avvalersi del diritto di tacere: quanto ha comunicato venerdì, in udienza, l’avvocato Giovanni Anania, cozza con le decisioni degli altri accusati, che, a parte Giovanni Brusca e il pluricondannato Massimo Ciancimino, non parleranno, se non per rendere dichiarazioni spontanee, che non prevedono domande e contestazioni: dopo il generale Mario Mori, le renderà ad esempio anche Nicola Mancino, l’ex ministro dell’Interno, accusato di falsa testimonianza.
Il faccia a faccia
Riina invece accetta le domande: e tra i pm c’è anche Nino Di Matteo, che, parlando con Lorusso, tra ottobre e novembre 2013, il boss diceva di volere morto. Ci sarà dunque un faccia a faccia (in videoconferenza) tra il capo dei capi e il pm costretto da allora a vivere blindato e protetto come un Capo di Stato. Ma il problema di Riina è anche di avere indirettamente e involontariamente confermato l’impianto del processo: l’attacco allo Stato, nel ’92, puntava a far scendere a patti le istituzioni, in cambio della rinuncia ad altre stragi, dopo quelle contro Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. «Dopo il maxi processo – disse infatti Riina a Lorusso, il 30 ottobre 2013 – quelli si meritavano questo e altro. È niente, quello che gli ho fatto e se ci fosse stato qualche altro da colpire, avrei continuato». Il boss detenuto programmava un possibile attentato a Di Matteo, aggiungendo «se mi riesce, se ’iddu’ mi viene a trovare, mi ci metto con una bella compagnia di anatroccoli... Faccio come Sant’Andrea, pescatore di uomini: a chi pesco, pesco». Parlando gesticolava, ha spiegato in aula il capo degli investigatori che lo filmavano, «mimando con la mano esplosioni» e aggiungendo: «Non devo avere pietà, come loro non ne hanno di noi e delle nostre famiglie». Essere così chiari e farsi beccare non è da veri capi. Ecco perché Riina deve “spiegare”, soprattutto confermare di essere ancora un boss.