La Stampa, 31 gennaio 2017
Le ferite di Viareggio. «Verità per i nostri morti. Aspettiamo da 7 anni»
Era d’estate, la notte del 29 giugno 2009. Roberto Piagentini stava dormendo nel suo alloggio davanti al mare, un nonno in pensione. «Mi chiamarono all’una meno un quarto. Corsi subito in via Ponchielli, ma non riuscivo più a trovare la casa di mio figlio. Dietro la stazione, le auto bruciavano e uscivano fiamme dai tetti dei palazzi. Urlavo per la paura. I vigili del fuoco stavano cercando con i cani. Era crollato tutto. Mio figlio era tornato dentro a prendere Leonardo, stavano scappando. Aveva già messo in auto la moglie Stefania, i piccoli Luca e Lorenzo, ma l’auto era carbonizzata». Claudio Menichetti era un impiegato alle Poste, un padre: «La bimba ci chiamò alle 3 del mattino dal centro grandi ustionati di Pisa. Diceva che era scoppiato un treno. Era lucida, parlava con calma. Allora pensammo che… Ma appena arrivati in ospedale il medico disse: “Ha ustioni sul 90 per cento del corpo. Potrebbe succedere da un momento all’atro”. Mia moglie svenne. Emanuela, nostra figlia, che aveva 21 anni, morì dopo 42 giorni di agonia».
Il processo
Dopo sette anni e sette mesi, 140 udienze e 8 mila pagine di faldoni processuali, oggi è il giorno della sentenza di primo grado per la strage di Viareggio. La definizione a qualcuno non è piaciuta. Ma non sembra impropria considerato il numero delle vittime: trentadue persone inermi spazzate via. Quando il treno merci 50325 di proprietà della società austriaca Gatx, partito da Trecate e diretto a Gricignano, deragliò in corrispondenza della stazione di Viareggio. Viaggiava a 90 chilometri all’ora. Trasportava quattordici cisterne cariche di gas liquido Gpl. Una di queste esplose davanti alle piccole case di via Ponchielli. Sul motivo esatto di quell’esplosione si è combattuta la battaglia processuale. Oggi è il giorno in cui si dovrà capire se erano giuste le parole dell’allora amministratore delegato delle Ferrovie Mauro Moretti, che davanti alla commissioni Trasporti in Senato, tre giorni dopo l’accaduto dichiarò: «È stato uno spiacevolissimo episodio». «Una casualità estrema», hanno ripetuto gli avvocati della difesa durante il processo. Cosa è stata quella notte del 29 di giugno? Per i pm della Procura di Lucca, Giuseppe Amedeo e Salvatore Giannino, il riassunto è: «Superficialità, macchinari obsoleti e controlli non corretti. In poche parole, la banalità del male». Hanno chiesto 260 anni di reclusione complessivi per 29 imputati, di cui 16 e 15 anni per le figure apicali. Che sono proprio quelle di Mauro Moretti e Mario Michele Elia, all’epoca alla direzione tecnica delle Rete ferroviaria italiana. I reati contestati sono disastro ferroviario colposo, omicidio colposo plurimo, incendio colposo e altri. Ma la cosa paradossale è che già ora sappiamo che alcuni di questi saranno prescritti a febbraio. Perché il tempo è passato. Mentre finalmente veniva costruito quel muro di sicurezza fra le case e la ferrovia, che per ben tre volte i residenti avevano chiesto invano. In cima all’ultima raccolta firme, agli atti del processo, ci sono i nomi di alcune vittime.
La notte del fuoco
Si tratta di riassumere un’inchiesta tecnicamente complicatissima. Ma i fatti nodali sono due. Primo. Il treno deraglia perché si rompe un assile che tiene le ruote, è stato costruito nel 1974 in Germania, revisionato nel 2008 a Hannover alla Jungenthal, passato in second’ordine alla Cima riparazioni di Mantova per il montaggio. Secondo fatto. La cisterna scoppia perché, deragliando, incontra un ostacolo che la squarcia. Secondo l’accusa un picchetto delle Ferrovie dello Stato, cioè un vecchio strumento piantato sui binari per regolarne l’assetto. Secondo la difesa, invece, è stato lo scambio, un pezzo che si chiama zampa di lepre: qualcosa di ineludibile.
Il ricordo e la battaglia
Sui tronchi delle palme di via Ponchielli è rimasto il segno scuro del fuoco. I palazzi sono nuovi. Oltre al muro di protezione, hanno costruito anche un piccolo giardino della memoria. Una casina di legno in ricordo di «Pulce» e «Scarburato», motociclisti e fidanzati morti quella notte d’estate. Sono stati anni di fiaccolate e preghiere, iniziative perché non vincesse il silenzio. Anni di udienze, di altri dolori. Lo Stato Italiano ha ritirato la costituzione di parte civile. I parenti usciti dal processo accettando il risarcimento, costretti dal bisogno. «Per Emanuela la prima offerta è stata di 350 mila euro. A giugno hanno aumentato la cifra fino a 470 mila euro per mia moglie e 450 mila euro per me. Ma lo abbiamo giurato davanti alla tomba di nostra figlia che saremmo andati fino in fondo. Siamo una famiglia normale di impiegati, certe cifra fanno girare la testa. Ma i treni deragliano, i treni non scoppiano. Nelle stazioni italiane nessuno sa quali merci transitino. Non è solo per la bimba, non è solo per avere giustizia. Ma perché tutto questo non succeda mai più».
Come al processo per il rogo nell’acciaieria Thyssen Krupp di Torino e quello per le vittime dell’Eternit di Casale Monferrato, anche in questo caso si assiste a un’enorme sproporzione di forze in campo. «Se condanneranno solo i pesci piccoli, i tecnici e gli operai, sarà la solita storia italiana», dice Claudio Menichetti.
Il Maestro Mario Monicelli, che qui è ancora molto venerato, poco prima di morire aveva scritto una lettera per loro. «Il Paese è allo sfascio, alla deriva e la strage di Viareggio esprime bene il declino dell’Italia. Quei trentadue morti sono lì a indicarci l’incuria, l’arroganza di chi governa… Mi chiedo ancora come si possa far passare a quella velocità un treno con esplosivo senza avvisare del suo passaggio, senza precauzioni, senza prendersi cura della gente». Oggi è il giorno almeno per avere una risposta.