il Fatto Quotidiano, 31 gennaio 2017
Prima di Steve Jobs c’era Kurt Vonnegut
Sarebbe bello se un bambino, un giorno, alla domanda “tu, cosa vuoi fare da grande?”, rispondesse: Io da grande voglio diventare Kurt Vonnegut. Non tanto per l’aspetto, per quei capelli ricci, arruffati, e quei baffi, che lo facevano somigliare ad altri pensatori come Groucho Marx, Einstein, Walter Benjamin, ma soprattutto per quello che c’era nascosto sotto quei tratti, per quel sorriso un po’ beffardo che dipendeva dagli occhi, da quello sguardo pieno di luce e di pensieri agitati tipico di chi non ha mai smesso di chiedersi, anche a ottant’anni, cosa sarebbe diventato da grande.
Era nato all’inizio degli anni Venti a Indianapolis, sotto il segno dello Scorpione, dopo aver assistito al bombardamento di Dresda nel febbraio del ’45 (cui avrebbe dedicato il celebre romanzo Mattatoio n. 5 nel ’69), studiato Antropologia all’università, lavorato come cronista per un giornale locale di Chicago e come pubblicitario per la General Electric. E dal 1978, nei panni di uno scrittore cinquantenne che aveva pubblicato già romanzi come Piano meccanico, Madre notte, Ghiaccio-nove, La colazione dei campioni, era stato invitato in alcune università americane per incontrare gli studenti, tenere lezioni non previste nei programmi e nei piani di studio, per accoglierli, appena laureati, nel mondo dei grandi, improvvisando discorsi che loro avrebbero ricordato per sempre.
E finalmente eccoli, quei discorsi, tutti insieme per la prima volta, nel libro Quando siete felici, fateci caso, che uscirà giovedì in un’edizione “molto ampliata”, come indicato sulla copertina, pubblicato da minimum fax (traduzione di Martina Testa e Assunta Martinese).
La vita, per Vonnegut, non è altro che un passaggio lento e impercettibile, come i movimenti di una lancetta, dall’io al mondo. Nasciamo soli, con gli occhi ancora semichiusi, e poi veniamo accecati dalla luce di tutto quello che ci circonda, dalle voci, dai sorrisi, dai pianti, dal rumorio della vita di altri esseri umani. Una volta cresciuti, dobbiamo essere capaci di amare tutti quelli che sono a portata di amore. La stessa cosa che diceva George Saunders quattro anni fa, nel suo inno alla gentilezza, agli studenti americani della Syracuse University: “Mentre invecchierete, il vostro io diminuirà e in voi crescerà l’amore. L’io lascerà gradualmente posto all’AMORE. E se avrete dei figli, il vostro io ne uscirà enormemente ridimensionato”. I libri, da soli, nonostante il loro “peso cordiale” e la “dolce riluttanza delle pagine” quando vengono sfogliate, non basteranno mai per imparare a vivere, perché “solo le persone bene informate e di buon cuore possono insegnare agli altri cose che verranno ricordate e amate per sempre”.
Agli studenti del Fredonia College (New York), Vonnegut suggeriva di accettare la noia, il confondersi delle stagioni, e poi di vestirsi bene, sorridere sempre, imparare le parole di tutte le canzoni appena uscite, entrare a far parte di associazioni di ogni tipo “semplicemente per avere più persone nella propria vita”. I problemi e le gioie, in fondo, nascono sempre da lì. Se ci si isola, pur facendo una vita di coppia, si finisce sempre per litigare e mandare tutto all’aria. Le donne vogliono parlare di tutto, gli uomini vogliono un sacco di amici, e le storie d’amore finiscono sempre per lo stesso motivo: due, da soli, non potranno mai bastarsi troppo a lungo, hanno bisogno di mischiarsi con gli altri per essere davvero felici.
Vonnegut si definiva un umanista, un pacifista, un libero pensatore, e non riusciva a concepire un’arte istituzionale.
I musei, le sale concerti, i teatri, le statue commemorative, a volte, avevano la colpa di separare gli esseri umani, di dividerli per classi, per fortune varie, di voler convincere le “persone comuni” della loro presunta inferiorità, del fatto che non fossero “capaci di apprezzare la grande arte”. E quindi scherzava in primis del suo ruolo, dei suoi panni da relatore serio, del fatto che l’avessero invitato in quanto “esponente di spicco del mondo della cultura”: “Io costituisco un modello. Se non fossi un modello, non mi avrebbero invitato qui. Oggi vi presenterò ciò che Diogene faceva tanta fatica a trovare: un uomo onesto”.
E dopo averle cantate a Thomas Jefferson, che in fondo amava la schiavitù, al governo americano, che permetteva il linciaggio delle idee, oltre che dei corpi, ai critici, che gli davano dello stupido per via del suo linguaggio semplice, invitava gli studenti, gli adulti del futuro, a creare un nuovo popolo americano, un nuovo mondo più abitabile di questo, dove nessuno avesse più paura dell’altro: “Dobbiamo imparare a toccarci”. Ricordarci che nessuno potrà mai concentrarsi per più di un’ora, in una realtà così piena di umorismo e di tentazioni sessuali, che la cultura è solo uno strumento, nient’altro, che la cosa più interessante da studiare sono gli esseri umani, che siamo animali fatti per danzare, che la felicità è ovunque, dobbiamo solo avere il coraggio di farci caso.