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 2017  gennaio 31 Martedì calendario

«A Napoli 12 mila pregiudicati non stanno scontando la pena»

L’allarme era stato lanciato a giugno ed era caduto nel vuoto. A Napoli 12.000 sentenze definitive di condanna a pene detentive rimangono inapplicate: condannati recidivi per reati violenti e predatori restano formalmente incensurati e praticamente a piede libero. Mancano mezzi e personale amministrativo per portare a destinazione una macchina della giustizia guidata a buona velocità dai magistrati partenopei, più produttivi di un terzo rispetto ai colleghi di Roma, Milano e Palermo, secondo i dati raccolti dal procuratore generale Luigi Riello. Una macchina che però si ferma ai box, inceppata, in Corte d’Appello.
Lì le sentenze si stoppano in attesa dell’estratto esecutivo, passo indispensabile per completare il procedimento e trasmettere gli atti alla Procura per l’ordine di carcerazione. L’allarme di primavera del presidente della Corte d’Appello di Napoli Giuseppe De Carolis, lanciato durante una riunione del comitato per l’ordine pubblico e ripreso dal vice presidente del Csm Giovanni Legnini e dal consigliere del Csm Antonello Ardituro, è stato divorato dall’inoperosità del ministero di Giustizia.
E così, sabato, il presidente De Carolis ne ha parlato ancora all’inaugurazione dell’anno giudiziario. Per sottolineare che in sei mesi nulla è cambiato. “La situazione – ha spiegato – ha riflessi negativi sull’ordine pubblico” e non è difficile intuire perché: la non applicazione delle recidive, la mancata trascrizione sul casellario della prima condanna per un imputato raggiunto, nel frattempo, da una seconda condanna per reati ad alta pericolosità sociale, impedisce di calcolare i cumuli di pene che salirebbero oltre le soglie dei tre anni. Si consente ai condannati di beneficiare di sospensioni della pena a cui non avrebbero più diritto. In soldoni: non va in galera, o almeno ai domiciliari, chi lo meriterebbe in virtù di sentenze passate in giudicato. Ci finisce più facilmente l’indagato semplice senza condanne sul groppone.
Lo ha ricordato De Carolis: “È paradossale che si continuino ad emettere ordinanze di custodia cautelare nei confronti di imputati che non sono stati ancora condannati e godono quindi della presunzione di innocenza mentre tantissimi imputati che sono stati riconosciuti colpevoli e condannati con sentenza definitiva, rimangono liberi di continuare a delinquere”.
Ardituro, magistrato di lunga esperienza all’Antimafia, nel suo intervento di pochi giorni fa ha ricordato lo sforzo del presidente di Corte d’Appello e i protocolli studiati con i Tribunali di Nola e Napoli Nord per ottimizzare il lavoro dello scarno personale amministrativo a disposizione degli uffici giudiziari. Ma è preoccupato: “Risorse esterne dal ministero non sono arrivate”. Ovvero il personale. O meglio, il personale qualificato e produttivo sin da subito. Sono arrivati invece dipendenti provenienti da altre amministrazioni in esubero. In particolare dalla Croce Rossa. Barellieri che spesso non hanno mai lavorato in un ufficio, non conoscono i software, devono essere addestrati dai cancellieri e dal personale amministrativo in organico. Altro tempo perso e sottratto alla macchina della giustizia. Con un ulteriore paradosso: in molti casi i dipendenti provenienti da altre amministrazioni, oltre a essere inutili, hanno qualifiche superiori e guadagnano di più dichi li dovrebbe formare.
Non ci sono, peraltro, solo i condannati a piede libero. Alle 12.000 sentenze detentive, vanno aggiunte solo a Napoli altre 38.000 condanne non detentive rimaste nel cassetto: pene pecuniarie, demolizioni o acquisizioni al patrimonio pubblico di abusi edilizi di particolare gravità. Beni e risorse economiche che lo Stato non riesce ad incamerare, e sui quali rinuncia a fare cassa. Accade nel settore penale, ma accade soprattutto nel settore tributario. I dati snocciolati durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario della Cassazione riferiscono che quasi la metà del contenzioso civile pendente davanti alla Suprema Corte riguarda ricorsi tributari e di aziende contro il Fisco. Una matassa che costringe lo Stato a rinunciare nell’immediato a circa 14 miliardi di euro, nonostante vinca le cause nel 70% dei casi.