la Repubblica, 31 gennaio 2017
Se Topolino rinasce in carne e ossa
LOS ANGELES A nove minuti di macchina dai cancelli dei Walt Disney Studios c’è il liceo di Tim Burton. Poco più a nord, il ranch dove Bette Davis e Ronald Reagan andavano a cavallo. Tre mascotte dell’immaginario che con Disney hanno in comune la “piuma magica” dell’arte e della vita. Sotto l’enorme cappello di Mickey Mouse in versione Apprendista Stregone, al 500 South Buena Vista Street, Burbank, si scatena una jam session di forme e colori: è nello studio dello zio Walt che hanno preso il volo Dumbo e Bambi, dopo il trasloco dalla piccola bottega dei fratelli Disney – Roy, cassiere alla First National Bank, e Walt – su Hyperion Avenue, sede della società dal 1929 al 1940, vigilia dell’entrata in guerra degli Stati Uniti.
Ed è accanto alla sagoma di Topolino che gli animatori del futuro disneyano si materializzano, per raccontarci come disegneranno il reale a cinquant’anni dalla morte di Walt e con la tecnologia più avanzata. Prima, però, si passa per le grinze di quel cappello, azzurro e un po’ concettuale, che affaccia sul Team Disney, l’edificio con i Sette Nani usati come cariatidi a sostegno del tetto nella facciata est, e sul Disney Studios Water Tower, un serbatoio d’acqua alto 41 metri.
A differenza dell’anarchia assoluta di Fantasia, dove si intrecciano balletti di elefanti, struzzi e centauri, gli uffici di Burbank hanno un’aria classica ma non corporate, aziendale. I 22 Oscar vinti da Disney, da Flowers and Trees (1932) a Troppo vento per Winny Puh (1968), sono in una teca di vetro all’entrata, conservati come resti mortali del papà di Topolino, le cui ultime, misteriose parole pare sian state “Kurt Russell”, il nome dell’attore de La cosa, solo un adolescente nel ‘66. Il portiere degli Animation Studios, Terry, occhialini e una medaglia d’oro di Topolino al collo, conosce a memoria gli indirizzi di tutte le sedi Disney: dal garage dello zio Robert al numero 4406 di Kingswell Avenue, dove Walt appoggiò matite, pennelli e sketch de Il Paese delle Meraviglie di Alice, l’ultimo cortometraggio prodotto con la sua società, il Laugh-O-Gram Studio, prima della bancarotta, fino al deposito di Silver Lake, circondato dai Nine Old Men, i magnifici nove animatori che inchiostreranno le tavole di Biancaneve e Peter Pan.
Oggi, registi e animatori sono alle prese con La Bella e la Bestia ed Emma Watson nella parte (in carne e ossa) di Belle, Cars 3, Coco, ispirato alla festività messicana del Día de los Muertos, Gli Incredibili 2 e Mary Poppins Returns. «Sì, i cartoni Disney diventano reali» spiega il regista de La Bella e la Bestia (nelle sale il 16 marzo). «Questo non vuol dire che siano meno magici. Insieme alla scenografa Sarah Greenwood e alla costumista Jacqueline Durran stiamo dando vita a un look che riporta alla mente i film degli anni 50: Cenerentola a Parigi, Gigi, Cantando sotto la pioggia. Puntiamo alla carne e alla pelliccia della Bestia. Quello che prima era piatto, ora diventa filante. Persino il castello maledetto somiglia a un cancro che si arrampica da fuori e divora tutto dentro, lampadari compresi».
Lontana dalla crisi economica della primavera del 1941, la fabbrica dell’immateriale, nel 2017, festeggia i 450 milioni di dollari raccolti in tutto il mondo da Oceania, il film più visto a Natale, e tenta di bissare il miliardo e mezzo di Frozen con la moda della versione live- action/CGI dei classici Disney. Dopo Il libro della giungla, ora tocca a Mulan, ma si parla anche di Crudelia, Pinocchio e La spada nella roccia. È la seconda Rinascita Disney dopo quella dal 1989 al 1999 che si chiudeva con Tarzan. «Ciò che sta cambiando ai Walt Disney Animation Studios è il telescopio attraverso il quale osserviamo il mondo» ci dice Ron Clements, regista di Aladdin e La Sirenetta, da lungo tempo collaboratore di John Musker. «Nei prossimi film daremo sempre più spazio ai sottomondi, alle differenze tra cultura e credo religioso – per esempio la mitologia polinesiana – e al bisogno dei ragazzini di ascoltare la voce interiore».
Alla Disney, per un solo film in cantiere, spediscono un intero team di millennials in terre come Tahiti, Samoa e Fiji. Quando in Big Hero 6 si è trattato di mescolare Giappone e America per inventare la città di San Fransokyo, la squadra non si è accontenta delle riproduzioni di Pikachu o Totoro: è volata dritta a Tokyo e Osaka, e ha vissuto da quelle parti per un bel pezzo. “Diversità” anche nel doppiaggio originale dei film d’animazione: si va da attori coreani-americani a venezuelani-cubani. «Puoi disegnare e creare, e costruire il posto più meraviglioso del mondo. Ma ci vogliono persone per rendere il sogno realtà», diceva Walt Disney. I volti di quelle persone raccontano quanto inclusivo sia lo studio: Neelima, alla direzione tecnica, è di origini indiane, Leo, story artist, parla lo svedese, Linda, analista finanziaria, è nata in Giappone. Età media: 35 anni. Alessandro Jacomini, di Milano, il prossimo anno compirà vent’anni di lavoro ai Disney Feature Animation. Dopo Big Hero 6 ha lavorato come direttore della fotografia al cortometraggio Frozen Fever, uscito nelle sale americane abbinato a Cenerentola.
Dal 2012 è studio leader nel dipartimento di illuminazione e ha collaborato a Zootropolis, vincitore del Golden Globe. «Da un anno mi occupo di direzione della fotografia nello speciale televisivo Olaf Frozen Adventure, previsto per il prossimo Natale, con nuove musiche e situazioni spettacolari», racconta Alessandro. «La mia passione è la narrazione di storie in forma visiva».
Gli Studios hanno ancora un tocco da laboratorio. E tuttavia, per Disney, l’unico fantasma incombente ora è Trump. Scioperi contro il padrone e picchetti possono attendere, proprio come aspetta, immobile, la replica di Steamboat Willie in bianco e nero, che guarda verso l’Annette Funicello Stage e il set numero 2 dedicato a Julie Andrews, “baby-sitter dell’altro mondo”. Topolino – ex Topo tra i comunisti – pilota un battello a vapore fluviale ma è congelato nel tempo, in legno e resina, tra i vialetti fioriti di Burbank. Chissà cosa vede.