Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  gennaio 31 Martedì calendario

Le porte chiuse nella storia Usa

L’ORDINE esecutivo di Donald Trump, che impone rigide restrizioni ai visitatori che desiderano entrare negli Stati Uniti da sette Paesi a maggioranza musulmana, ha innescato controversie e proteste in tutto il Paese. Una delle motivazioni dei contestatori è che la decisione costituisce un tradimento della promessa per la quale l’America è da sempre il rifugio degli oppressi di tutto il mondo.
IL SENATORE Charles Schumer di New York, leader democratico al Senato, ha definito «anti- americana» l’ordinanza di Trump. Molti hanno ricordato e scandito i famosi versi di benvenuto scritti da Emma Lazarus nel sonetto Il nuovo colosso e ispirati alla Statua della Libertà: Datemi le vostre genti stanche, i vostri poveri, le vostre masse oppresse desiderose di respirare libere, gli sventurati rifiuti delle vostre coste gremite.
Mandatemi chi non ha casa, chi è sconvolto dalle tempeste, e io solleverò la mia torcia accanto alla porta dorata!
Questa promessa è stata mantenuta innumerevoli volte, e numerosi esempi illustri costellano la storia americana: da Alexander Hamilton ad Andrew Carnegie, da Albert Einstein a Sergey Brin oggi, gli immigrati hanno arricchito gli Stati Uniti dal punto di vista economico e intellettuale, contribuendo ad alimentare e mantenere in moto il progresso, decennio dopo decennio.
Per quanto molti americani amino commemorare questo primato, però, il divieto “anti-americano” di Trump ha parecchi precedenti nella storia degli Stati Uniti. I nobili ideali espressi dalle parole di Thomas Jefferson nella Dichiarazione americana di indipendenza, e altri sentimenti magnanimi formulati dai presidenti Abraham Lincoln, Franklin D. Roosevelt, John F. Kennedy, e Barack Obama, hanno dovuto sfidare a lungo diffusi pregiudizi razziali e religiosi. Questo conflitto, e l’ipocrisia che a esso si accompagna, è stato notato circa due secoli e mezzo fa, quando il grande letterato britannico Samuel Johnson osservò: «Come è possibile che proprio tra i negrieri si senta inneggiare a così gran voce alla libertà?».
La Costituzione americana stessa – quella che inizia con le parole “Noi, il popolo” – assegnava la rappresentanza nel governo nazionale in base al principio per il quale nel calcolo necessario a determinare il numero dei membri alla Camera dei rappresentanti (e di conseguenza nel Collegio elettorale) ogni schiavo contasse come i tre quinti di una persona. In seguito, perfino dopo l’abolizione della schiavitù, gli Stati che ridussero in maniera considerevole la possibilità per i cittadini afro-americani di votare beneficiarono ancora dell’assegnazione delle loro quote nel calcolo del numero dei rappresentanti.
La memoria di una nazione sa essere molto selettiva. Agli americani piace ricordare il grande atleta afro-americano Jesse Owens che, vincendo quattro medaglie d’oro alle Olimpiadi di Berlino del 1936, smentì clamorosamente le teorie di Hitler sulla superiorità della razza. Peccato che poi siano molto meno propensi a ricordare come il Comitato olimpico degli Stati Uniti fu complice di Hitler quando egli cercò di ostacolare la partecipazione degli ebrei alle gare. Ricordiamo le truppe americane che liberarono i prigionieri dai campi nazisti di sterminio, ma per lo più tendiamo a dimenticare che nella primavera del 1939 il governo americano si rifiutò di autorizzare che il St. Louis – un transatlantico registrato in Germania e carico di rifugiati – ormeggiasse in un porto americano per far sbarcare i suoi passeggeri. All’epoca, l’83 per cento dei cittadini americani era contrario a qualsiasi attenuazione delle restrizioni sull’immigrazione.
Una delle macchie che infangano di più la reputazione di Franklin Delano Roosevelt è il programma di trasferimento forzato degli americani giapponesi in campi di reclusione durante la Seconda guerra mondiale: quel programma si basava sulla tesi per la quale soltanto la loro razza li rendeva una minaccia per la sicurezza del Paese. Molti, tra i quali alcuni repubblicani come il senatore John Mc-Cain dell’Arizona, hanno sostenuto che oggi un approccio simile nei confronti dei musulmani rende gli americani meno sicuri, non più sicuri. Oggi sarebbe opportuno riflettere a fondo sui presupposti di quell’opinione risalente alla Seconda guerra mondiale.
Quando sorvolarono le basi americane alle Hawaii durante l’attacco di Pearl Harbor del 7 dicembre 1941, i piloti giapponesi si rallegrarono di constatare che gli aerei americani, invece di essere sparsi in tutto il campo di volo, lontani gli uni dagli altri per scongiurare attacchi a volo radente e bombardamenti da parte dell’aviazione nemica, erano allineati e quasi in formazione. Ciò dipese dal fatto che il comandante aveva ritenuto che il pericolo maggiore per gli aerei non sarebbe arrivato dall’aeronautica giapponese, ma dai sabotatori che supponeva presenti nella folta popolazione giapponese- americana delle Hawaii. In quel caso, la tendenza a considerare minaccioso un gruppo di persone solo perché “diverso” portò a un disastro militare ancora peggiore.
Nella sua campagna elettorale in autunno, il presidente Trump si è mostrato sordo e cieco davanti alla possibilità che gli americani musulmani siano patrioti, come nel caso del capitano Humayun Khan, rimasto ucciso in Iraq mentre combatteva per gli Stati Uniti, e il cui padre ha parlato con toni commoventi alla Convenzione nazionale dei democratici. In quella fase l’opinione di Trump era soltanto una questione retorica. Oggi è una questione politica.
Il fatto che molti americani abbiano pensato che fosse ormai accreditato il concetto per il quale l’America è più forte quando è capace di accogliere è tuttora indice della forza e della potenza dell’ottimismo americano. I giorni che stiamo vivendo, però, testimoniano che le battaglie di questo tipo non sono mai vinte del tutto, e che ogni generazione deve tornare a combatterle nella propria epoca. La marcia delle donne del 21 gennaio e le proteste esplose dopo la firma dell’ordine esecutivo di Trump sull’immigrazione dimostrano che il desiderio di affermare una visione dell’America più inclusiva rispetto a quella abbracciata dal presidente e dai suoi più stretti collaboratori è vivo e vasto. La lotta su questo punto metterà alla prova le contrastanti visioni dei valori sostenuti e difesi dall’America. Martin Luther King Jr. osservò che «l’arco dell’universo morale è lungo, ma tende verso la giustizia». Staremo a vedere.