Libero, 31 gennaio 2017
Ora l’Europa vuole smaltire 1000 miliardi di crediti marci
Meglio tardi che mai. La crisi bancaria si aggrava, soprattutto (ma non solo) in Italia. Soluzioni di mercato sono sempre più difficili, e quelle nazionali, ad esempio il fondo Atlante, si rivelano insufficienti. In questa cornice si inserisce la proposta di Andrea Enria, il presidente dell’Eba (che sta per European Banking Authority): ci vuole una bad bank per assorbire i debiti incagliati e le sofferenze delle banche del Vecchio Continente. Un’iniziativa robusta capace di affrontare una massa paurosa di “pagherò”, almeno mille miliardi che pesano come macigni sulla capacità di concedere nuovo credito degli istituti.
La soluzione, secondo la proposta, sarebbe garantita da una società di gestione paneuropea (ente di diritto privato ma sotto il cappello della Ue) che dovrebbe rilevare i crediti problematici a un prezzo pari al valore economico reale invece che al prezzo di mercato. La bad bank, secondo il progetto, avrà da quel momento tre anni di tempo per rivendere i crediti. Se la missione fallisse, i crediti tornerebbero alle banche che dovranno accollarsi l’impatto del prezzo di mercato. Solo allora scatterà, a carico dello Stato, la ricapitalizzazione degli istituti incriminati che, conclude Enria «sarà effettuata dai singoli Stati nazionali come aiuto di Stato, con la piena condizionalità che accompagna tale misura».
La proposta ha buone possibilità di successo perché ha ricevuto l’approvazione di Klaus Regling, il banchiere tedesco a capo del fondo salva Stati. Il motivo? «La proposta è politicamente valida perché non prevede alcuna forma di mutualizzazione dei debiti». Le sofferenze delle banche italiane, insomma, restano a carico delle banche italiane e, con ogni probabilità, alla fine del triennio torneranno, almeno in parte, a pesare sui contribuenti di casa nostra. «Un qualche ruolo del settore pubblico ammette Regling sarà probabilmente necessario».
Ma l’operazione, se approvata, permetterà di spostare in là nel tempo, fino al 2020, scadenze che appaiono sempre più drammatiche. Per l’Italia, che accusa un buco di 276 miliardi in sofferenze ma anche per gli istituti di almeno altri dieci Paesi che hanno un tasso di non performing loans superiore al 10%, in buona parte frutto della recessione. Ma non solo.
Ad aggravare la situazione è la tensione crescente tra le istituzioni europee e il sistema italiano. In un’intervista anticipata ieri dal sito di Repubblica, Danielle Nouy, capo della Vigilanza della Bce, ha rilevato che tra le banche italiane «pochissime si sono mosse sulle esposizioni deteriorate. Alcune hanno fatto un buon lavoro, altre no».
Ma non è il momento delle polemiche, perché i tempi stringono e i tentativi nazionali, fondo Atlante compreso, mostrano la corda come dimostra il rischio, rilevato dal prospetto per il prossimo, difficile aumento di Unicredit, di dover procedere ad una prossima svalutazione. In questa cornice non resta che sperare che le banche, alleggerite dal peso degli npl, possano favorire la ripresa dell’economia italiana agevolando il compito della bad bank, a caccia di buoni compratori. In Spagna la scelta di ricorrere ad una bad bank nazionale con il sostegno (condizionato da pesanti garanzie sollecitate da Beuxelles) si è rivelata vincente, come dimostra la crescita del pil (+3,2%) iberico. Oggi, dopo aver perso tempo dietro varie illusioni (vedi il presunto interesse del Qatar per Monte Paschi), al sistema Italia non resta che battere questa strada. Probabilmente in condizioni peggiori, perché una cosa sola è sicura: nessuno ci farà sconti d alcun genere.