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 2017  gennaio 31 Martedì calendario

L’eccesso di melassa per vendere i libri

«Spassoso e commovente. Il Nido è un debutto straordinario». Quanti aggettivi per il romanzo d’esordio della scrittrice americana Cynthia D’Aprix Sweeney, appena pubblicato da Frassinelli. Chi è l’autore di tanto entusiasmo? Non si sa. O meglio, è un critico anonimo del settimanale americano People, la cui memorabile dichiarazione si trova nella quarta di copertina dell’edizione italiana. Insieme con varie altre esaltazioni. Come quella, metaforica, tratta da Entertainment Weekly : «Un romanzo che sembra una tavoletta di cioccolato nero: pungente, agrodolce, ma troppo buona per non finirla in un colpo solo». Per chi non ama il cioccolato fondente, c’è poi la citazione dal Washington Post: «L’umorismo aspro con cui l’autrice descrive la famiglia Plumb è splendidamente bilanciato da una rinfrescante dose di tenerezza». Dunque, riassumendo: spassoso, commovente, pungente, agrodolce, aspro, rinfrescante… Ci voleva indubbiamente il Pantheon della pubblicistica a stelle e strisce per ficcare nella testa vuota del lettore italiano che Il Nido è un capolavoro irrinunciabile.
È un abuso che dilaga nel marketing editoriale degli ultimi tempi. Sui banchi delle librerie italiane non esiste romanzo straniero che non esibisca l’elogio, vago quanto incondizionato, di un prestigioso foglio americano o inglese. L’esordio di Atticus Lish viene salutato da Rizzoli con un salto mortale di tautologia iperbolica tratto dal Financial Times: «Un trionfo di ogni eroico aggettivo che la stampa gli dedicherà» (sic), cui si aggiungono la «straordinaria potenza» e l’«intensità bruciante» garantite dal Sunday Times. Per Purity di Franzen, Einaudi scomoda i superlativi del New York Times: «Il romanzo più agile, intimo e sicuro». E per Espiazione di Ian McEwan, un’insolita intuizione dell’ Observer: «Un romanzo meraviglioso». Chissà che idea hanno del loro pubblico le case editrici italiane se credono davvero che invocare una testata a caso, purché anglofona, e puntare sulla pungente spassosità, sulla sicura agilità, sull’umorismo aspro, sulla dolcezza cioccolatosa, sulla rinfrescante tenerezza, sulla miracolosa freschezza, sulla bruciante intensità di un libro sia una chiave promozionale irresistibile. Non si chiedono se tanta indistinta (ed eroica) melassa aggettivale rovesciata sul lettore non provochi piuttosto una sana repulsione?