Il Sole 24 Ore, 31 gennaio 2017
Quelle dispute tra i partiti che ignorano l’economia
Se i politici leggessero sui giornali qualcosa di più degli articoli che danno conto delle loro diatribe forse farebbero una riflessione più responsabile sul rapporto che sta intercorrendo fra la grande zuffa in cui si sta immergendo la nostra classe politica e le difficoltà con cui deve confrontarsi il nostro già provato sistema economico. Non occorrono raffinate conoscenze di economia, finanza e politica per sapere che la propensione ad investire e l’impegno sul fronte della produzione quantomeno si indeboliscono in un panorama dominato dall’incertezza sul futuro degli equilibri di governo e dall’instabilità degli orientamenti ideologici (se ancora si possono chiamare così).
Sembra infatti che il tema centrale sia decidere quando si andrà a votare e di conseguenza come si possa farlo nelle peggiori condizioni possibili (ovviamente ciascuno pensa a quelle degli avversari, come se non si riflettessero anche su di lui). Naturalmente se ne dà una spiegazione che vorrebbe suonare convincente: finché non si sarà ristabilito chi e quali forze sono dominanti e quali no non sarà possibile arrivare ad una stabilizzazione che faccia riprendere il movimento positivo dello sviluppo. Altri obiettano che c’è il piccolo particolare che se poi quella stabilizzazione non uscirà dalle urne saremo punto e a capo, sicché sarebbe meglio tirare avanti finché non si vedranno svilupparsi movimenti di assestamento che consentano di affrontare una prova elettorale con prospettive di risultati utili.
In astratto c’è del vero nell’una e nell’altra analisi, non fosse che al momento entrambe cooperano per creare una situazione di blocco, perché da un lato tutto si impantana nella diatriba senza fine di una campagna elettorale previa, mentre dall’altro in queste condizioni si governa male, con un esecutivo eternamente in bilico e senza prospettive di stabilizzazione in quanto non si capisce in base a cosa alcune forze potrebbero divenire dominanti rispetto ad altre.
Uscire da questo autentico loop è estremamente difficile. Non siamo infatti solo in presenza di uno scontro (confuso) fra partiti, partitini e cespugli vari, ma abbiamo a che fare con lotte intestine che squassano anche le forze maggiori del sistema. Il Pd è quello che dà più spudoratamente spettacolo in questo campo, con un tentativo piuttosto riuscito di imitare la dinamica che portò al collasso la vecchia Dc: continui scontri fra personaggi che non si sa bene come definire, ciascuno con la sua corte di seguaci che si illudono di contare perché possono raccogliere in assemblea un po’ di fedeli o guadagnare uno spazio nei vari media.
Non è però che le altre due forze maggiori stiano meglio. Il vecchio universo berlusconiano è quanto mai percorso da lotte tribali e lo stesso M5S deve essere tenuto insieme da diktat continui del fondatore per evitare che emergano troppo scopertamente gli scontri interni di potere.
Pochi si interrogano sul vuoto di idee che contraddistingue queste lotte. I problemi del nostro sistema finanziario, la tutela delle nostre imprese che affrontano competizioni sempre più ardue, i drammi della disoccupazione, le debolezze croniche del nostro sistema amministrativo non trovano che la supponente attenzione di qualche slogan generico. Davvero poco per parlare di un sistema pronto ad un serio “tagliando elettorale”.