Corriere della Sera, 31 gennaio 2017
Bannon il suggeritore, una «forza oscura» dentro la Casa Bianca
NEW YORK Ci possono essere due sistemi per misurare il potere reale di Stephen Bannon. Il primo è fare l’elenco degli incarichi ottenuti da Donald Trump. Dall’agosto del 2016 capo della campagna elettorale. All’inizio del 2017 «consigliere strategico alla Casa Bianca» e, dall’altro ieri, componente del Consiglio nazionale di sicurezza, il comitato ristretto che sovrintende alle scelte più importanti di politica estera e di difesa.
L’altra possibilità è contare i soprannomi che ha collezionato negli ultimi cinque sei-anni: «Dottor Jekyll» e «Mister Hyde» perché nella sua vita ha oscillato parecchio tra l’ortodossia repubblicana e il movimentismo politicamente scorretto. «Grande Gatsby», per la sua vita avventurosa, cominciata nella marina militare. In un’intervista dopo le elezioni dell’8 novembre, Bannon stesso ha dichiarato di ispirarsi a Dick Cheney, il vicepresidente di George W. Bush, a Darth Vader, la forza oscura di Guerre Stellari, e direttamente a Satana. «Questo è il potere», aveva concluso.
In realtà, prima di approdare alla Casa Bianca, Stephen veniva spesso fotografato in bermuda e maglietta piuttosto vissuta. Mettetegli una birra in mano e sembra un personaggio perfetto del film Il grande Lebowski : ore in un bowling a parlare di vita e di politica senza freni. Del resto proprio così è maturata la svolta di Bannon, 63 anni, oggi la persona più ascoltata dal presidente, a parte Ivanka Trump e il marito Jared Kushner. È lui che ha scritto il discorso dell’inaugurazione: l’aspra requisitoria di Trump contro «la politica di Washington». È Stephen che ha consigliato il bando sui sette Paesi musulmani.
Un giorno del 1983 Stephen fu invitato in un viaggio-ritiro organizzato da Goldman Sachs per selezionare talenti da assumere. Aveva già trent’anni. Si era appena congedato dalla Marina militare degli Stati Uniti, che gli era sembrato lo sbocco più attraente, dopo la laurea al Politecnico della Virginia a Norfolk, la sua città natale. Bannon era cresciuto in una famiglia di operai di origine irlandese, cattolici, innamorati di John Kennedy. Ma era rimasto «disgustato» dalla «debolezza» mostrata da Jimmy Carter nei confronti dell’Iran. Era l’epoca del boom di Wall Street. Il giovane Bannon vide nella finanza un approdo per curare la sua inquietudine, attratto dall’energia del mercato e del suo massimo difensore, Ronald Reagan. Si iscrisse al Master di business della Harvard University e, quel giorno, accettò l’invito della Goldman Sachs. Si trovò in mezzo a 700 ragazzi più giovani e determinati. Anziché partecipare agli incontri, passò la notte a bere birra e a concionare appunto di baseball e di politica con due compagni. Uno di loro era John Weinberg Jr, il figlio del gran capo di Goldman Sachs. Naturalmente Bannon fu subito assunto. Ma neanche la finanza riuscì a domarlo, a omologarlo. La banca gli affidò il settore dei media; si trasferì a Los Angeles. Si appassionò al linguaggio visivo. Nel 1990 decise di mettersi in proprio. Nel 2004 realizzò il primo documentario dedicato, ovviamente, a Reagan.
È in quegli anni che arriva la seconda curva: conosce Andrew Breitbart, uno dei pionieri dell’informazione online americana. Breitbart aveva lavorato a Drudge Report e predicava un giornalismo dichiaratamente schierato con la destra populista, urticante con l’establishment.
Stephen entra nella sua squadra e partecipa alla fondazione del sito «Breitbart News». Ma all’inizio non sfonda. I due studiano il progetto per il rilancio, ma il primo marzo del 2012 Breitbart muore a 43 anni. Tocca a Bannon: «Breitbart» riparte e diventa un fenomeno editoriale, politico e culturale. Oggi conta 45 milioni di visitatori in un mese. Si regge con i finanziamenti di Robert Mercer, gestore miliardario di hedge fund e ha aperto uffici a Berlino, Londra, Parigi e Roma.
Così l’estremismo, con frequenti scivolate razziste, antisemite e anti islamiche, è diventato forza di governo.