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 2017  gennaio 31 Martedì calendario

Le banche malate sono costate 10 miliardi

A poco più di un anno dal crac delle quattro banche locali e dal dissesto drammatico delle due ex Popolari Venete, ecco arrivare il conto per chi ha garantito il salvataggio. Un conto pesante da circa 10 miliardi spalmato sul resto del sistema bancario e finanziario del Paese.
Spalmato sia sul Fondo di risoluzione che sul fondo Atlante i due strumenti finanziati di fatto con risorse chieste al resto del sistema bancario.
La cessione, dopo la vana fatica a trovare compratori disposti a pagare per prendere possesso delle 4 cosiddette Good Banks, di tre delle banche a Ubi a un prezzo simbolico di 1 euro, fa emergere ora il buco con relative perdite. Non si recupererà, come era stato ventilato per lungo tempo, per il sistema bancario quel miliardo e 800 milioni spesi per ricapitalizzare le varie Etruria, Marche, CariChieti e CariFe. Un miliardo e 800 milioni che si aggiungono al miliardo e 700 milioni usato per coprire le perdite. Ubi che ha pagato un prezzo simbolico dovrà aumentare il capitale per 400 milioni. Alla fine il conto di quella che sembrava un anno fa una exit strategy tutto sommato semplice è lievitato a 4 miliardi. Soldi che il sistema bancario nel suo complesso ha versato per evitare crac che sarebbero stati devastanti a livello sistemico e che non rivedrà più. Ma la vicenda del salvataggio delle “banche buone” che in realtà, nonostante la pulizia, buone lo erano ben poco con quei 3,6 miliardi di crediti malati ancora in pancia si interseca su un altro binario con le vicissitudini del Fondo Atlante. Compito tra i più ardui per il Fondo anch’esso finanziato dal sistema e che ha dovuto correre al capezzale di Veneto Banca e della Popolare di Vicenza. Interventi che di fatto hanno raschiato il barile del Fondo. Su una dotazione iniziale di 4,2 miliardi, 2,5 miliardi hanno coperto il buco di capitale delle due banche venete dissestate sotto le gestioni Zonin-Consoli. Non è bastato e non basterà. Altri 940 milioni sono stati versati di recente dal Fondo in conto futuro aumento di capitale. Il secondo inevitabile apporto di mezzi freschi che si rende necessario per le perdite che si avranno dalla pulizia degli Npl, la zavorra che immobilizza ambedue le banche. La Popolare di Vicenza aveva, a giugno 2016, 9,4 miliardi di crediti malati lordi su 23 miliardi di impieghi. Montebelluna ha crediti deteriorati lordi per 7,9 miliardi su 21 miliardi di impieghi. Nonostante le pulizie già fatte negli ultimi due anni e che hanno provocato perdite miliardarie per le due banche, tuttora i prestiti malati netti sono ancora ingenti. Ognuna ha 5 miliardi di prestiti deteriorati dopo gli accantonamenti. Vuol dire un pacco di 10 miliardi tra sofferenze e incagli che valgono il 22% dell’intero portafoglio crediti che sommato vale 44 miliardi. Sono livelli da record nel sistema bancario italiano e andranno ovviamenti ceduti in buon parte (leggi Mps) per ripristinare la capacità operativa dei futuri sposi. Stime parlano di una necessità di almeno 2 se non 3 miliardi. E allora ecco che il conto solo per le veneta salirà per Atlante a superare ampiamente i 4 miliardi se non i 5 miliardi. Un conto salato per le banche che soffrono già di bassa redditività e che devono sopportare oneri straodinari per le banche malate. E non è un mistero che ci sia profondo malessere tra molti dei sottoscrittori sia di Atlante sia dei soggetti chiamati obbligatoriamente (tra cui le Bcc che pagano già il Fondo volontario) a versare contributi al Fondo di risoluzione.