Libero, 30 gennaio 2017
Gioielli e quadri alle banche per avere soldi
Entri in banca e ne esci poco dopo con un gruzzoletto di soldi in prestito. A far da garanzia, c’è la parure di gioielli della nonna, l’orologio comprato quando gli affari andavano bene o qualche oggetto prezioso ereditato da parenti.
La banca non ficca il naso con indagini patrimoniali e ti chiede soltanto alcune generalità per sincerarsi tu non sia un ladro che fa ricettazione, per esempio. I frati francescani, nel 1400, lo chiamarono il Monte di Pietà, oggi si chiama credito su pegno.
Una volta era considerato il prestito da ultima spiaggia, una tutela dall’odioso fenomeno dell’usura, ma la crisi ha cambiato le carte in tavola e di questi tempi vi accedono pure facoltose signore e imprenditori. Ci sono i gioiellieri, naturalmente, ma non solo. Come spiega Giancarlo Benzi, del gruppo Creval, il cliente-tipo in questo ultimo periodo è l’appaltatore di opere pubbliche, che ha bisogno di pagare gli stipendi, ma che ancora aspetta i soldi dallo Stato. Nel frattempo impegna la propria collezione di Rolex o i brillanti regalati alla moglie. E quando finalmente riscuoterà il suo credito tornerà a prenderli. Il prestito medio in Italia, per istituti come Ubi Banca è di 1.130 euro, importo in crescita rispetto all’anno prima del 9%, con 32 milioni di euro di volume medio degli impieghi e 31mila polizze. Per Creval, si aggira intorno ai 700 euro per volta: una media tra i mille euro al Nord, dove la platea è più imprenditoriale, e i 500 euro al Sud.
NUOVE AGENZIE
La maggioranza degli erogatori di prestiti su pegno sono le banche: Unicredit, Ubi Banca, Intesa Sanpaolo, Creval e Carige in prima linea, oltre ad altre più piccole. Il volume del fatturato del settore, tra nuovi prestiti e rinnovi, fa i conti l’avvocato Pierluigi Oliva, segretario nazionale dell’Associazione italiana degli istituti di credito su pegno, è stato intorno agli 800 milioni di euro lo scorso anno. All’estero, però, il credito su pegno sta funzionando anche meglio. E forse anche su questa scia, al settore in Italia non si stanno interessando soltanto le banche. Alla Banca d’Italia risultano infatti 5 agenzie su pegno che al 30 giugno scorso segnalavano un ammontare complessivo di crediti di 7,6 milioni di euro. E a questi intermediari finanziari in possesso di requisiti definiti da una circolare di via Nazionale potrebbero presto aggiungersene altri: all’ufficio competente di Bankitalia sono arrivate ben 18 richieste di iscrizione al nuovo albo unico. Per una di loro è già arrivata l’autorizzazione, un’altra ha ritirato l’istanza, per le restanti è in corso l’istruttoria. Un segno, questo, del fatto che il prestito su pegno rappresenta un’opportunità in crescita. Come puoi ottenere un prestito, è presto detto. Benzi è responsabile della direzione pegni di Credito Siciliano, che ha aperto nove filiali dedicate nella Penisola e soprattutto in Sicilia, e spiega che «i vantaggi del credito su pegno sono l’immediatezza e l’assenza di formalità. I nostri tecnici specializzati valutano il bene e il cliente riceve una somma di denaro correlata al suo valore». Il prestito arriva fino ai quattro quinti del valore di stima degli oggetti preziosi impegnati. «Il credito che noi eroghiamohaunaduratadi3o6 mesi e alla scadenza concordata si può decidere se riscattare il bene o rinnovare il pegno», continua Benzi, «per un massimo di cinque volte, pagando gli interessi maturati e le spese previste». Che cosa succede se non rinnovi il prestito e non riscatti il bene? Non sempre è una scelta dettata dalla necessità: «Spesso i nostri clienti chiedono di mettere all’asta un’asta pubblica, a cui tutti possono partecipare i beni che hanno impegnato presso di noi. Di norma questa percentuale di insolvenza è bassa: da noi è intorno al 3,5% (in Unicredit ci dicono è del 5%, ndr). Il bene può essere venduto un mese dopo la scadenza, ma noi, soprattutto se riscontriamo difficoltà da parte del cliente, tendenzialmente aspettiamo due o tre mesi aggiuntivi. Il vantaggio possibile di mettere all’asta il bene è che, estinta la cifra che il cliente si è fatto prestare, se l’importo ricavato dalla vendita risultasse superiore al credito, l’eccedenza di denaro è disposizione del portatore di polizza per i successivi 5 anni, tolti gli interessi e i diritti d’asta».
Cosa impegnano gli italiani? Da quanto Libero ha appurato con fonti bancarie, fatto 100 i beni impegnati la classifica si compone così: il 60% sono oggetti in oro, poi c’è un 20% di gioielli con gemme e diamanti. Il 12% sono orologi, il 3,5% monete e lingotti d’oro. Infine si impegnano oggetti in argento e perle. C’è anche qualche pelliccia, ma questi capi d’abbigliamento sono ormai accettati raramente da qualche sportello bancario che ha a disposizione i magazzini refrigerati per conservarli, perché ci dicono hanno perso valore e appetibilità. Il paniere è molto simile a quello dei beni acquistati dai compro oro: alcuni di questi hanno infatti facoltà di compra-vendita anche degli orologi. Ma la differenza è sostanziale: in un caso puoi rientrare in possesso del bene, se ti rivolgi al compro oro, invece, no: l’oro viene fuso e spesso rende il volo verso l’estero. E quindi le valutazioni sono diverse. Secondo il tributarista Nunzio Ragno, presidente di Antico, associazione a tutela del comparto dell’oro, la somma che puoi ottenere in banca sarà circa del 20% inferiore a quello che puoi guadagnare da un compro oro. A detta di Benzi, invece, in banca guadagnerai più che dal gioielliere perché questi ci dovrà guadagnare. Per essere sicuri di ricevere la valutazione adeguata, ecco qualche consiglio.
LA VALUTAZIONE
«Conviene far stimare l’oggetto da un esperto: la valutazione è gratuita e senza impegno anche presso gli stessi compro oro. Consiglio poi di informarsi personalmente sulle quotazioni dell’oro e, prima di impegnare o vendere, di fare un paio di simulazioni. Bisogna, soprattutto sull’oro, tener conto delle diciture: ad esempio, se si tratta di oro 750 vorrà dire che il 75% è oro puro e può venire quindi monetizzato, il resto sono altri metalli», spiega Ragno. Per spremere al massimo le potenzialità di guadagno dal prestito, esistono alcuni trucchi. Non tutti legali. Come la compravendita della polizza: metto in pegno un bene e rivendo il contratto a qualcuno che ritiene di poter guadagnare dalla messa all’asta dell’oggetto. Io monetizzo subito, lui rischia ma viene tutelato dall’esperienza. Ragno avverte: «L’acquisizione di polizze su pegno è un reato penalmente rilevante: sebbene capiti che chi ha messo in pegno un bene si rivolga poi ai compro oro per rivendere il contratto, l’operatore non può accettarlo per legge. Può però accompagnare il cliente e riacquistare il bene, a patto che assicuri trasparenza fornendo le proprie generalità per adempiere agli obblighi previsti dalle norme anti-riciclaggio». Un altro tentativo per aumentare il gruzzolo è andare all’estero. Il presidente dell’associazione di settore, Oliva, racconta che i gioielli più importanti sono spesso venduti alle agenzie di pegno di Montecarlo o in Austria, «un po’ per questioni di riservatezza delle proprietarie, solitamente facoltose signore, un po’ anche per le valutazioni, a volte convenienti».