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 2017  gennaio 30 Lunedì calendario

«Siamo tutti animali da studiare». Intervista a Desmond Morris

Si dice che i gatti abbiano nove vite, ma Desmond Morris ne ha avute probabilmente di più. Si è formato come zoologo, è diventato ricercatore universitario a Oxford, nel 1959 con Zootime ha inventato i programmi televisivi sugli animali. Intanto, fin da giovanissimo, aveva iniziato a esporre e a vendere i suoi quadri surrealisti.
Da scrittore, Morris ha spostato la sua attenzione sull’uomo. Opere come Manwatching (1977), La tribù del calcio (1981) e soprattutto La scimmia nuda (1967, dieci milioni di copie) lo hanno reso ricco e famoso, e hanno reso il suo metodo celebre nel mondo. Oggi, a 89 anni appena compiuti, Desmond Morris ha smesso di viaggiare fisicamente, ma continua a esplorare l’animo e le abitudini degli umani, e a raccontare le sue storie e le sue opinioni sorridendo, con lo humour che si addice a un viaggiatore e a un esploratore britannico. Un cervo in metropolitana, la sua autobiografia appena pubblicata da Mondadori, è una straordinaria antologia di episodi e di incontri, con animali a due o a quattro zampe.
Preferisce essere definito uno scienziato o uno scrittore?
«Nessuna delle due, sono uno studente di 89 anni! La vita è corta, non bisogna mai smettere di fare domande».
La pittura è ancora importante per lei?
«Certo, quando sono stanco di scrivere cambio stanza e inizio a dipingere, e viceversa. Così riesco a far lavorare le due metà del mio cervello, quella artistica e quella razionale. Ho all’attivo 2500 quadri, la mia ultima mostra è stata a dicembre».
Ne La scimmia nuda lei ha scritto del sesso senza peli sulla lingua. Ha avuto successo, ma anche dei problemi. 
«Sì, negli Stati Uniti il libro è stato bandito, e poi riammesso da una sentenza della Corte Suprema. A Malta, dove mi sono trasferito nel 1967, ho scoperto che era stato messo all’indice e bruciato, come ai tempi dell’Inquisizione».
Oggi accade lo stesso? Magari nei paesi islamici?
«No, il mondo, almeno dal punto di vista delle idee, è diventato più libero. I miei libri sono stati tradotti anche in arabo o in farsi, la lingua dell’Iran».
Anche il suo libro sul calcio è diventato famoso. Era (ed è) un argomento così interessante?
«Certo! Vedere milioni di persone che si appassionano a un gioco per bambini è incredibile. Qualcuno ha descritto il calcio come la simulazione di una guerra. Io penso che sia invece la simulazione di una battuta di caccia preistorica, dove il gioco di squadra tra cacciatori era fondamentale».
Lei ha conosciuto Marlon Brando e Brigitte Bardot. Che impressione ne ha avuto?
«BB l’ho conosciuta poco, e prima avevo rischiato di travolgerla in auto mentre scappava da una folla di fan. Brando mi è sembrato un uomo estremamente intelligente, al quale la fama aveva dato la ricchezza ma aveva tolto la privacy».
Lei ha incontrato Joan Mirò e Picasso, ma loro erano interessati soprattutto ai dipinti dello scimpanzé Congo.
«Mirò è venuto a trovarmi per acquistare un dipinto di Congo, ha apprezzato i miei quadri e mi ha regalato in cambio un Mirò, mi è convenuto. Picasso mi ha scritto perché voleva un dipinto di Congo, siamo diventati amici a distanza».
Gli artisti moderni sono tutti sregolati e un po’ pazzi?
«Ma no! Mirò vestiva come un uomo d’affari ed era legatissimo alla famiglia. Francis Bacon, il pittore irlandese, ci teneva a rompere tutte le regole esistenti. Picasso era una via di mezzo, ma era un brav’uomo».
Si è occupato di sesso e di sport, fondamentali nel nostro mondo. Ma non ha mai scritto di politica. Perché?
«Io amo studiare gli uomini come se fossero animali. Osservandoli, non facendo domande. Quando vedo i politici in televisione tolgo l’audio. Quello che dicono non è affidabile, il loro linguaggio del corpo dice tutto. E spesso sono due messaggi diversi».
Un esempio?
«Donald Trump, che parla in maniera aggressiva ma ha un linguaggio del corpo rassicurante. Secondo me ha vinto per questo».
Cosa le interessa dell’Italia?
«Tante cose, ma ho apprezzato soprattutto i gesti. Per chi come me studia il linguaggio del corpo, Napoli è l’università, è il paradiso!»
Crede in Dio? Molti scienziati sono apertamente atei.
«Gli animali vivono e pensano al presente. L’uomo ha inventato il passato e il futuro, si è chiesto cosa c’è dopo la morte, ha immaginato che possa esistere un’altra vita, per qualcuno la possibilità è diventata certezza. Ho molti amici atei. Io semplicemente non so».
C’è qualche angolo del mondo che non ha visto?
«Sono stato in 107 Paesi, non mi lamento. Non sono riuscito ad andare in Perù, alle Galapagos e in Tibet, mi dispiace».
Lavora a un nuovo libro?
«Ne ho appena terminati due, uno sui gatti nell’arte e un altro sul Surrealismo, con le biografie di 100 artisti. Ora scrivo di nuovo di linguaggio del corpo. La vita è straordinaria, non bisogna perdere tempo».