Corriere Economia, 30 gennaio 2017
Barra: Ritorno alla Silicon Valley. Ora a me gli «Oculus» di Mark
Nel 2013, quando si trasferì dalla Silicon Valley a Pechino, Hugo Barra, il genio di Android ingaggiato dall’arrembante Xiaomi disse che «era un lavoro da sogno». L’ingegnere brasiliano laureato al Massachusetts Istitute of Thechnology, lasciava Google e sbarcava in Cina come vicepresidente delle Global Operations, con l’incarico di guidare la startup degli smartphone a basso costo alla conquista dei mercati mondiali. Fu una notizia da elettrochoc per il settore. Meno di quattro anni dopo Barra ha rifatto i bagagli, torna nella Silicon Valley, questa volta assunto da Mark Zuckerberg per condurre la marcia di Facebook nella realtà virtuale: guiderà il team Oculus VR.
Addio a Pechino
C’è molta diplomazia, un po’ di rimpianto e qualche veleno nell’addio. L’ingegner Barra, 41 anni, ha spiegato le sue ragioni il 23 gennaio, guarda caso su Facebook. Ha detto che sono stati tre anni e mezzo splendidi spesi con successo per trasformare una startup cinese in grande attore globale. Però gli mancavano tanto la sua «comfort zone della Silicon Valley, lontana 6.500 miglia, gli amici, la famiglia». Poi una frase che suona come una condanna del sistema di vita e di lavoro cinese: «Questi ultimi anni in un ambiente singolare mi sono costati parecchio in termini di vita e hanno cominciato a incidere sulla salute». Segue l’elenco dei successi, dalla straordinaria penetrazione di Xiaomi in India dove l’azienda fa profitti per un miliardo di dollari all’anno, all’Indonesia, Singapore, Malesia, Russia, Messico, Polonia. Più il tentativo di raggiungere gli Stati Uniti dove alleandosi con Google sono stati conquistati tre premi per l’innovazione al Ces 2017, la fiera dell’hi-tech di Las Vegas.
Insomma, si tratterebbe di un classico caso di «saudade», come i brasiliani definiscono la malinconica nostalgia della patria lontana. Ma Barra non è un brasiliano comune. Sostiene Bill Bishop, sinologo autore della newsletter Sinocism : «C’è una ragione se i top executive cinesi passano tanto tempo in California. Barra si è quasi ucciso lavorando per Lei Jun. Xiaomi potrebbe non tornare più ad essere valutata 45 miliardi di dollari come qualche anno fa, spero che Barra abbia venduto qualche azione allora».
L’azienda
Xiaomi ha dei problemi. L’azienda è stata fondata nel 2010 da sette ingegneri informatici cinesi quarantenni. I leader del gruppo erano (e sono) Lei Jun, oggi amministratore delegato, e Lin Bin, presidente. Partiti da Pechino, senza esperienza commerciale, per lanciarsi nel business dei telefonini. Non avevano una fabbrica e nessuno voleva investire nel «Piccolo riso» (questo significa Xiaomi). Lei Jun, classe 1969, è cresciuto nel mito della Silicon Valley, racconta di essere rimasto impressionato dal libro Fire in the Valley che descriveva la rivalità tra Steve Jobs e Bill Gates, ama vestirsi in blue jeans e camicia scura, come il suo mito Steve Jobs (e gli è arrivata qualche accusa di aver copiato idee operative dalla Apple). Sta di fatto che gli smartphone a basso costo e buona tecnologia di Xiaomi hanno fatto breccia in Cina vendendo online: resta storico il record di 100 mila Mi-3 Android andati esauriti in 86 secondi il 15 ottobre del 2013. Xiaomi nel 2014 ha venduto 60 milioni di smartphone in Cina raggiungendo una valutazione di mercato di 45 miliardi di dollari, altro record per una quasi startup.
Il salto globale
Nel 2015 è salita al 1° posto per gli smartphone in Cina, ha cercato di espandersi con schermi per la tv via web, ha lanciato anche una linea di purificatori dell’aria, apparecchi richiestissimi dalla classe media cinese asfissiata dallo smog industriale. Lei Jun voleva portare il miracoloso modello Xiaomi nel mondo e con Barra ha cercato il salto globale. Ma i conti, nonostante il brillantissimo radicamento in India diretto dal brasiliano, non sono tornati.
I clienti cinesi sono famosi per la loro mancanza di «lealtà al brand» e in un mercato dove la concorrenza è enorme i rivali interni come Huawei, Oppo, Vivo hanno risorpassato Xiaomi ricacciandola fuori dalla classifica dei primi cinque nel 2016. Vendere online, quindi abbattendo le spese di distribuzione, oggi in Cina rende molto meno da un punto di vista di immagine nel settore ad alta tecnologia. Anche i bassi costi dei telefonini Xiaomi tagliano gli utili e deprimono il marchio: i cinesi comperano spesso per esibire e Xiaomi si è vista etichettare come azienda «per classe operaia» (succede anche questo nella Repubblica popolare nominalmente comunista).
Lo scontro
Lei Jun ha ammesso che la corsa era stata troppo rapida e vendere telefonini online non basta più: «Servono tecnologie innovative per il mercato di fascia alta in modo da assicurare una crescita sostenibile» ha scritto in una email ai dipendenti. Lei Jun è certo che «il peggio è passato».
Ma ora a Pechino circolano voci su scontri dietro le quinte tra il fondatore e il brasiliano per il mancato successo sul mercato americano e per il declino in Cina.
Hugo ha annunciato l’addio su Facebook il 23 gennaio. Un minuto dopo il primo commento di Lin Bin, che gli augurava il meglio e comunicava il nome del successore del brasiliano al timone della globalizzazione, il cinese Xiang Wang. Su Facebook non si è visto il saluto di Lei Jun. E nelle braccia di Facebook è andato Hugo Barra, dal sogno cinese alla realtà virtuale della California.