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 2017  gennaio 31 Martedì calendario

Se ha ragione Rita Katz potremmo mettere tra le reazioni ai muri di Trump anche l’attentato nella moschea di Quebec City, con i sei morti e gli otto feriti di cui riferiamo a parte

Se ha ragione Rita Katz potremmo mettere tra le reazioni ai muri di Trump anche l’attentato nella moschea di Quebec City, con i sei morti e gli otto feriti di cui riferiamo a parte.

Chi è Rita Katz?
È un’ebrea irachena, piccola e di pelle scura, madre di tre figli, il cui padre fu impiccato da Saddam, e che adesso vive a Bethesda, nel Maryland, dedicandosi notte e giorno allo studio («monitoraggio») dei siti jihadisti. Dirige il Site Institute ed è considerata molto autorevole. Su Alexander Bissonnette, il killer di Quebec City, ha scritto: «Su Facebook Alex B inneggiava a Trump, Marine Le Pen e le forze di difesa israeliane. I legami con la jihad sono improbabili». C’è da crederle, anche se un cardine della strategia della tensione, di cui siamo purtroppo esperti, è che i terroristi lavorano comunque a tenere la tensione alta, travestendosi se serve, e in questo caso, dopo i primi dieci giorni del nuovo presidente degli Stati Uniti, la mitragliata in moschea contro i musulmani converrebbe anche al Califfo.  

Beh, però uno potrebbe dire: è chiaro che, se vieni ad ammazzare in casa mia (le sale da ballo, i supermercati, i mercatini, gli stadi di calcio, le promenades), poi può esserci qualcuno che verrà ad ammazzare a casa tua. Però è anche chiaro che ai jihadisti la strage di Quebec City può far comodo.
Erano i ragionamenti che si facevano ai tempi delle Brigate Rosse e dei Nar (Nuclei Armati Rivoluzionari, fascisti) da parte di chi sosteneva che si trattava solo di maschere dietro le quali si nascondevano gli avversari dell’avvicinamento del Pci all’area di governo (dunque, necessariamente, gli americani, attraverso il nostri servizi segreti, ovviamente deviati). La faccenda era ben riassunta nella domanda-topos dell’epoca: «cui prodest?», «a chi giova?».  

L’insieme delle posizioni di Trump sembra giovare poco a Trump. Gli dànno tutti addosso.
Piluccando qua e là leggiamo, per esempio, dello stesso Obama il cui pensiero è stato rappresentato dal portavoce Kevin Lewis: l’ex presidente, apprendiamo, è in disaccordo con la discriminazione religiosa, l’ex presidente è rincuorato dalla risposta del Paese e teme che «i valori americani siano in pericolo». L’alto commissario del consiglio per i diritti umani, Zeid al-Hussein, ha definito il divieto d’ingresso per i cittadini provenienti dai sette paesi «illegale e meschino». Il Parlamento iracheno ha approvato una richiesta al suo governo affinché, sulla base del principio di reciprocità, sia impedito ai cittadini americani di entrare in Iraq per 90 giorni. Per l’Europa ha parlato Federica Mogherini (alta rappresentante eccetera): «In Europa abbiamo una storia che ci ha insegnato che potresti finire in carcere se costruisci tutti quei muri intorno a te. La Ue continuerà a lavorare con i Paesi della regione, a prescindere dalla loro religione, e a prendersi cura e ospitare i rifugiati siriani e altri che fuggono dalle guerre».  

Veramente, se si guarda all’Ungheria, alla Macedonia, o ai nostri grillo-salvinidi, o all’Inghilterra, la cui Brexit è stata provocata specialmente dal timore degli immigrati, o agli stessi tedeschi che votano un partito nazista per frenare le aperture della Merkel... Beh, l’Europa non mi pare così accogliente.
Non stia a sottilizzare. Per risultare buoni basta confrontarsi con Trump. Ieri migliaia di americani hanno sfilato per le piazze, mettendo bene in vista davanti alle macchine fotografiche i loro cartelli democratici. I musulmani d’America preparano una causa contro la Casa Bianca, il procuratore generale dello stato americano di Washington, Bob Ferguson, ha presentato una querela contro il presidente, Gallup ha verificato che il 51% degli americani lo disapprova, un livello di disistima che Bush jr. raggiunse dopo 36 mesi, in Gran Bretagna un appello perché la May ritiri l’invito rivolto a Trump a visitare l’Inghilterra ha raccolto un milione di firme (Trump dovrebbe sedersi a tavola con la regina, uno scandalo che nemmeno nel 1855 per la visita del re energumeno Vittorio Emanuele II), decine di diplomatici americani e di funzionari del Dipartimento di Stato vogliono firmare un memorandum di dissenso, eccetera eccetera. Trump ha risposto ai diplomatici: «O rispettate il programma o potete andare via».  

Già, come reagisce Trump alla valanga di improperi?
«I problemi agli aeroporti sono stati causati dal blocco dei computer Delta, dai manifestanti e dalle lacrime del senatore Schumer. Il segretario Kelly dice che tutto sta andando bene con pochissimi problemi. Rendiamo l’America sicura di nuovo. Solo 109 persone su 325.000 sono state fermate». Intanto il presidente ha firmato altri decreti: le misure sull’immigrazione non riguardano il personale delle Nazioni Unite e neanche gli iracheni che hanno lavorato per gli americani. Interessante che, in mezzo a questi provvedimenti, Trump abbia firmato anche tutta una serie di norme semplificatrici per le piccole e medie imprese. L’obiettivo è quello ridurre regole e controlli. I decreti prevedono che per ogni regola attuata ne vengano cancellate due.